ACAF - Associazione Catanese Amatori Fotografia

 
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Re:Fotografia: a che punto siamo? (1 viewing) (1) Guest
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TOPIC: Re:Fotografia: a che punto siamo?
#8535
alb.o (User)
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Re:Fotografia: a che punto siamo? 10 Years, 4 Months ago Karma: 2  
John Szarkowski
"Specchi e Finestre"
La fotografia Americana dal 1960
http://www.photoeditors.it/commissione-cultura/archivio-mostre/sguardi-e-riflessi/

La mostra si inaugurò al MOMA di NY il 20 luglio del 1978 e divenne itinerante negli USA in Altre 7 sedi... fino al 1980.
Comprendeva il lavoro di 127 fotografi


Vi seguo...
Ciao
 
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#8536
PipPap (User)
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Re:Fotografia: a che punto siamo? 10 Years, 4 Months ago Karma: 9  
Emanuele Caristofane polemico?!
Sfido me stesso, o chiunque altro a rintracciare quella che un tempo si chiamava vis polemica in quanto da te scritto. Ma anche nella tua persona, e nel tuo porgerti.
E di conseguenza, spero, la mia risposta.

Peraltro questo è il sito dell'ACAF messo a disposizione di tutti per tutti affinché tutti possiamo, liberamente e con civiltà, aiutare i nostri intelletti stimolando all'aiuto quelli degli altri.
E chi vuol essere lieto, lieto sia.


Chiosa dopo chiosa, invero, il tuo limpido ragionamento appare convincente ed importante.
Onestà intellettuale ci impone, però, quanto meno per dignità, di ancorarlo o collegarlo con tutti i ragionamenti e con tutta la riflessione che gira intorno alla fotografia per evitare di alimentare i cattivi filosofi e difendere, invece, quelli convincenti.

Ti leggo solo stamani e nel mezzo c'è stata la sorpresa della tua visita.
Alla luce di quello scambio dobbiamo definire meglio "Mirror and Windows", se non altro per offrirlo agli amici come fatto culturale; e collegarlo alla sua primogenitura, per distinguerla dagli epigoni e dai cloni, disseminati sul web.
Il ricordo di Szarkowski giunge opportuno essendo stata la sua personalità di storico e di critico per nulla turbata dalla crescente trasformazione di stili e intendimenti della fotografia.
Dal catalogo di quella celebre mostra:" C'è una dicotomia di fondo nella fotografia contemporanea tra coloro che pensano alla fotografia come mezzo di auto espressione e coloro che la considerano un mezzo di esplorazione; detto altrimenti, tra coloro che si guardano introspettivamente allo specchio per trovare se stessi e coloro che guardano dalla finestra per vedere ciò che c'è fuori (1978)
Poi, l'autore disse (ecco il coraggio di cambiare idea) che forse più che una dicotomia occorreva pensare ad un "continuum", un asse fra due poli, all'interno dei quali, i fotografi liberamente oscillano". Liberamente oscillano.
 
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Last Edit: 2014/02/19 11:05 By PipPap.
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#8537
Caristofane (User)
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Re:Fotografia: a che punto siamo? 10 Years, 4 Months ago Karma: 2  
Grazie, Alberto! Grazie Pippo!
Ebbene si, ieri ho avuto il piacere e l'onore di entrare nell'antro del Maestro, più e più volte generoso... in consigli, insegnamenti e documentazione.
Ebbene si, ho già posto mano (occhio?) alla ricca documentazione che Pippo mi ha generosamente e prontamente fornito in prestito, ... chissà quanti nuovi dubbi verranno fuori!
Ebbene si, è un piacere e un'emozione visitare la biblioteca di Pippo che sa trovare la collocazione delle risposte editoriali ad ogni domanda, non dà un sunto interpretativo, ma offre la conoscenza diretta. Solo sulle immagini offre la sua lettura. Da buon maestro sa che gli allievi devono trovare da soli le proprie risposte, ma li aiutare a trovare la giusta via.
E' un cammino difficile, irto di ostacoli, ma l'unico che io conosca per giungere alla conoscenza.
Serve a mantenere la mente giovane e a distrarsi dalla falla di idioti più o meno utili che ingombrano il nostro presente.

Emanuele

 
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E\' un\'illusione che le foto si facciano con la macchina... si fanno con gli occhi, con la testa e con il cuore.
Henri Cartier-Bresson

Chi non sa fare una foto interessante con un apparecchio da poco prezzo, ben difficilmente otterrà qualcosa di meglio con la fotocamera dei suoi sogni.
Andreas Feininger
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#8583
Caristofane (User)
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Socio Nr.: 409 Gender: Male Birthdate: 1964-12-15
Re:Fotografia: a che punto siamo? 10 Years, 3 Months ago Karma: 2  
Il caso percorre sentieri che la ragione a volte non comprende, ma talora arriva a sospettare.
Ad ogni modo, ritengo che, focalizzato un problema, la nostra mente diventi più recettiva sui canali che a questo fanno riferimento, anche indirettamente, cercando inconsciamente correlazioni talvolta improbabili.

Ciò detto.

Partendo da: “Cos’è una fotografia” sono approdato al messaggio. Ma la“materia” non ha un'identità senza la “forma”, c'insegna Platone e quindi la forma è sostanziale al messaggio. La forma mi ha portato a ragionare su “Fotografia, a che punto siamo?” e seguenti (con la chiosa puntuale di Pippo), dove mi sono interrogato sugli attuali orizzonti dello sviluppo fotografico, e non solo, e dove la discussione è scivolata anche sulla fotografia professionale.

A seguito della visita allo studio dell’amico Pippo Pappalardo, che appare, ad un appassionato di fotografia, come il paese dei balocchi o, forse meglio, come sarà apparsa la biblioteca alessandrina a un Dionigi di Alicarnasso o come la vetrina di una pasticceria ad un goloso. Per inciso solo quel minimo di educazione che mi hanno insegnato mi ha impedito di tuffarmi come un “pesce baleno” in quel po’ di materiale che Pippo faceva scorrere sotto i miei occhi. Ma non tarderò ad elevare lo studio di Pippo, se lui me lo consentirà, a personale aula studio per i miei momenti liberi. A seguito di tale visita, dicevo, ho avuto modo di approfondire gli scritti di John Szarkowski su “Mirror and Windows”. Specchi e finestre cominciano a spuntare ovunque: nella discussione su Wenders, ad esempio.

Ed ecco il caso, dicevo, che ha proposto in rapida sequenza gli articoli di Smargiassi su Fotocrazia sul vincitore del WPP su:
http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2014/02/17/segnali-dal-cielo-scuro-del-fotogiornalismo/

ponendo in luce i nuovi orientamenti del linguaggio del fotogiornalismo, premiati ed esaltati dal WPP e l’incontro, ormai avvenuto, fra la fotografia documentaria e quella introspettiva o concettuale, con riferimento ad una fotografia “aperta” che non risolva in se le istanze del lettore, ma lo spinga ad interrogarsi ed approfondire la notizia.
Subito ne è seguito un altro:
http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2014/02/19/scatta-dove-ti-porta-il-cuore/#more-20899

In questo si parte da alcune considerazioni: “Ora che ogni consumatore è anche produttore di immagini, nel mondo della fotografia i confini fra le pratiche stanno collassando”… “Basta con il cerone retorico che soffoca la testimonianza e seppellisce il prelievo primario dello sguardo”
Dobbiamo cercare di parlare (fotograficamente) un linguaggio diverso? “Mi viene una sfrenata voglia di fotografie sbagliate, viva le immagini imperfette”. Mi unisco al grido. Viva le fotografie aperte, irrisolte, non autosufficienti. Ma, precisa, Smargiassi, cambiare forma non è la soluzione che cambierà il fotogiornalismo. Chiedendo aiuto al testo di Ariella Azoulay, ci dice che: “Primo: l’estetico non è un’aggiunta abusiva e pericolosa al presunto corpo naturale della fotografia: è un elemento proprio di ogni fotografia. Non esistono fotografie senza estetica, volontaria o meno. Secondo: … il valore etico, sociale, civile di una foto non sta nel suo aspetto, nel suo “contenuto”, ma sta fuori di lei, sta nel modo in cui quella fotografia esiste nello spazio pubblico: nelle relazioni che riesce a instaurare con il lettore, tra il lettore e il medium, tra il lettore e la realtà, fra il lettore e gli altri lettori….Vi invito a leggerli.

Contestualmente Edoardo Agrasti invita a notare una correlazione tra la foto di Stanmeyer e quella di Nachtwey pubblicata su
http://lightbox.time.com/2014/01/23/syrian-refugees-by-james-nachtwey/#17
piccola nota non sul plagio, ma sull’omologazione del linguaggio e della forma.

Non basta a questi, in logica sequenza, Smargiassi pubblica un nuovo articolo sulla responsabilità della didascalia nell’emergere della bugia giornalistico-fotografica:
http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2014/02/21/pero-marwan-non-e-una-finzione/

e poi insiste sul linguaggio fotografico su http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2014/02/26/viva-la-differenza/

… leggete anche questi.

Ed ecco l’articolo di Simone Sapienza sul notiziario ACAF: “Il fotogiornalismo ai tempi del #colera”, che ben evidenzia l’evoluzione del giornalismo ai tempi dell'iPhone, la democratizzazione fotografica, la possibilità di avere il riscontro dei diversi testimoni all'evento e degli stessi soggetti dell'evento. La possibilità, ancora, di poter avere un contraddittorio in presa diretta fra tutte le parti interessate: narratore, fotografo, testimoni, i lettori stessi, utilizzando le nuove tecnologie internettiane.
La spontaneità dei risultati ottenuti da non professionisti (nel senso di scarsamente compotenti per tecnica e cultura dell’immagine) ha portato a spontaneità dei risultati e incapacità, per il momento, di ritoccare le foto. Inoltre le “immagini spontanee” rappresenterebbero il punto di vista del popolo. L’iPhone, insomma, visto come una nuova polaroid con in più la possibilità di una immediata condivisione a livello mondiale.
Si valuta infine il ruolo dei fotografi professionisti che partono dal presupposto (udite, udite!) di essere fotografi-finestra per poi scoprirsi fotografi-specchio “che vedono la fotografia come mezzo per esprimere se stessi”.

La conclusione… ve la lascio scoprire da soli!


Per finire:
“Se in passato l’autoriflessione designava il linguaggio e il territorio intimo dell’analisi mentre l’esplorazione del mondo definiva soprattutto temi di interesse sociale o antropologico da affrontare con la ricerca di un’oggettività di rilettura, oggi temi e linguaggi non rispondono alle attese codificate dalla tradizione. Le generazioni più giovani non riconoscono vincoli, non si pongono limiti. Usano la fotografia digitale e analogica in totale libertà espressiva, mischiano felicemente i linguaggi e i terreni di indagine. Il fotogiornalismo, che storicamente era destinato alle pagine dei periodici, trova spazio nei libri e nei musei. Il lavoro di ricerca, che nasce e si sviluppa per stimolo degli autori e non di una committenza, viene frequentemente utilizzato anche dai giornali.” http://www.photoeditors.it/commissione-cultura/archivio-mostre/sguardi-e-riflessi/


Emanuele

 
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Re:Fotografia: a che punto siamo? 10 Years, 3 Months ago Karma: 2  
ottime considerazioni! ...passaggi logici importanti!

...però, a mio avviso la questione è, e resterà sempre, senza risposta! Solo quando l'oggi diverrà ieri avremo conforto, ma mediteremo ancora sul problema.

Mi interrogo anch'io da molto tempo sulla questione, nel tentativo di riconoscere la strada in cui la fotografia contemporanea si muove e tentare quindi di individuare avanguardie e varianze.

Perchè mi chiedo questo? Probabilmente per collocare me stesso all'interno di una cornice storica, che possa aiutarmi a capire meglio la fotografia che mi interessa. Ritengo che l'unico motivo valido per fare tali sforzi intellettuali debba essere rivolto solo a trovare risposte che aiutino la propria esperienza fotografica, il resto rischia di diventare un tema fine a se stesso poci utile! Nonostante ciò, la risposta ai miei tentavi di capire sono sempre uguali...

Oggi sono sempre più convinto che la fotografia del XXI secolo consuma se stessa, non produce altra fotografia. Ovviamente mi riferisco alla grande fotografia di massa, alle riviste specializzate di cui fa riferimento Emanuele, ciò che è a disposizione della stragrande maggiornaza di fotografi amatoriali e la maggior parte dei professionisti.
La cultura visiva che ognuno di noi più o meno possiede e la vita dei social network e dei telefonini fanno si che nasca e si amplifichi il bisogno di immagini "piacevoli" da guardare. Grossomodo allo stesso modo di come la cultura musicale amplifica il bisogno di ascoltare buona musica… Per far fronte a questo bisogno, potremmo allora procedere in due diversi modi. Potremmo comprare una bella fotografia o farla direttamente noi stessi.
A partire da questo bisogno e dalla sempre più diffusa scelta di "voler fare una fotografia" (e non comprare una fotografia) porta ad un aumento del consumo.
Tutto ciò che ruota intorno alla fotografia di oggi è consumo. La stragrande maggioranza delle immagini che ci circondano quotidianamente sono riproduzioni, copie, imitazioni, mode o peggio stupidaggini, baggianate, immondizia! Ed allora cosa pensa chi le scatta prima di scattarle? Cosa fa? Una volta se piaceva un'immagine, occorreva chiamare il fotografo, acquistare una cartolina, un libro, una rivista; oggi acquisti una macchina fotografica, reflex o no, un telefonino e l'immagine di qualche anno fa, la riproduce tu, da solo senza il bisogno di nessuno. Esatto da solo. Come?

1. Acquisti una macchina fotografica o un telefonino.
2. Procuri il giusto software o applicazione di fotoritocco.
3. Esporti l'immagine nel formato che vuoi per l'uso che vuoi.
4. 90 volte su 100, pubblichi l'immagine su un social network o più.

Fin qui cosa hai fatto? Hai consumato, hai speso, hai foraggiato il commercio ed il business che sta dietro all'immagine che cechi di cui senti la necessità di possedere.
...e che c'è di male?
Nulla!
Tutto perfetto, per lo meno apparentemente.

Cosa succede poi?
90 volte su 100 succede che chi ha scattato la foto crede di avere veramente fatta lui, come suggerisce Ando Gilardi, come se chi avesse comprato un cd e lo avesse ascoltato pensasse che lo abbia inciso lui stesso, o come chi avesse comprato un quadro, una volta appeso alla parete pensasse di averlo dipinto lui.
(...)il fotoamatore quando fotografa non produce un'immagine ma la consuma. Cosa c'è di male. Consuma pellicola, carta sensibile, attrezzature e alla fine logicamente consuma il risultato. (...) La consuma, ne gode e soddisfa un nobile bisogno culturale. Questo è lodevole, ma se crede di averla fatta diventa paranoia. (...) Miliardi di immagini rappresentano un consumo fino a quando non sono oggetto di vendita"
(Ando Gilardi "Meglio ladro che fotografo" )

La tesi è drastica, ma è certamente una parte della realtà che ci circonda.
Ed allora mi chiedo... io in questo contesto che faccio? Dove potrei/vorrei collocarmi?
Come ognuno di noi, toccato nel nostro orgoglio, provo ad illudermi dicendomi che non è così, che per me è diverso... ed invece più approfondisco e più mi trovo nel bisogno di consumare fotografia.
L'unica via di fuga che trovo alla tesi di Gilardi, l'unica speranza che possa darmi un senso a ciò che verrà per la mia fotografia è il fotografare per me stesso, per appagare il me medesimo (vd. Chiaramone). Fotografia della mia memoria, fotografare i miei sentimenti, fotografare la mia poesia (o per lo meno, almeno provo, ma il risultato non importa). Insomma ecco che quanto sentito da Enzo Carli, fonda radici teoriche, spiega il perchè anche innanzi la ragione...
il resto? boh! Ancora non riesco a farlo mio!!!

Ovviamente è un convincimento che si fa largo nel tempo e soggetto ad inevitabili mutazioni e sviluppi!

Ad maiora!
Alberto

 
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Last Edit: 2014/03/10 00:23 By alb.o.
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#8588
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Re:Fotografia: a che punto siamo? 10 Years, 3 Months ago Karma: 9  
Rispetto le considerazioni e gli assunti di Emanuele e di Alberto ( e sarei assai gratificato dalla crescita e dalla partecipazione al dibattito).
Eppure, mi sembra di cogliere una eccessiva ansia di sistemizzare (scusatemi l'espressione) la vicenda fotografica.
Ricordiamoci sempre che questa vicenda vive nel tempo e col tempo, e, pertanto, risente di volta in volta della storia che attraversa e dei bisogni che, di volta in volta, è chiamata a soddisfare; e tanto vale anche per i fotografi.
La fotografia in genere, ed il mondo che la circonda, con suoi protagonisti e con le sue tecnologie, vive direttamente ed indirettamente, le inquietudini dei nostri tempi: non ha più il presunto monopolio dell'informazione ma ancora si propone come strumento di comprensione; vive la maledizione dell'oggettivizzazione (scusatemi per questo altro termine) del reale eppure ha dimostrato di essere idonea a farsi interprete, con i più squisiti soggettivismi, di questa realtà; nata per guardare la costruzione del mondo e la complessità dalla figura umana ed è divenuta espressione di una visione capace di guardare dentro se stessa e dentro i suoi meccanismi rivelando di riflesso nuovi percorsi intellettuali ed esistenziali; fenomeni come la moda o l'attenzione alla nostra "ciccia" non esisterebbero senza la fotografia; e l'attuale inflazione e consumo fotografico fanno implodere la curiosità circa le possibilità del mezzo ma denunciano un'assenza di capacità a vedere la realtà che, di conseguenza, svela la nostra cecità.

Tra gli anni 1935 e 55, in America, ebbe vita e rilievo la Photo League, un'associazione dove ognuno, liberamente, proponeva la sua visione, con i pochissimi mezzi a disposizione, consapevole che le personali paure o timidezze o perplessità avrebbero trovato ascolto,forza e correzione fraterna, all'interno di un sodalizio di persone che vivevano gli stessi timori.
Andiamo, allora, a rileggerci la loro storia: provenivano dalla F.A.R.M. e si sarebbero scontrati con l'ottimismo di Family Man; eppure hanno mantenuto forte le loro idee, facendosi sconfiggere solo dal maccartismo più ottuso e delirante.
Già, le proprie idee. Alberto conclude bene. Ed io convergo nel dire che la fotografia va bene se riesce ad esprimere idee d esperienze utili, convincenti, plausibili, comunicabili.
E allora, come diceva Giacomelli, fotografiamo le nostre idee. E se le nostre idee sanno di morte....... beh, se sta ferma un secondo, possiamo fotografare anche quella (Scianna docet).
 
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Last Edit: 2014/03/07 10:16 By PipPap.
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