ACAF - Associazione Catanese Amatori Fotografia

 
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L'ACQUA DEL FIUME PDF Stampa E-mail

 

Un bagno d’umiltà.

Ecco quello che mi accadde qualche mese fa.

Mi ritrovai, casualmente, a nuotare nel fiume dei valori. Io,  tutto preso dal vortice della vita quotidiana,  fatta di  rancori, invidie, litigi, lotte per futili motivi,  contrasti per  interessi, inaspettatamente fui spinto, tutto vestito, in acqua. Dapprima annaspai, poi pian piano trovai il tempo della giusta  bracciata. Nuotai, controcorrente,  osservando le sponde del fiume. Fui attratto da una macchia rossa. Mi spostai in quella direzione. Uscii dall’acqua. Riconobbi un Vigile del Fuoco. Già un Vigile. Solo pochi giorni prima uscimmo, saltando di gioia,  dalla stanza del Comandante. Eravamo riusciti a convincerlo a darci l’autorizzazione  a svolgere un “lavoro fotografico” su di loro.  Tutti gasati iniziammo  a scattare. Ci assegnammo perfino dei  turni “di servizio” per riuscire a coprire il maggior numero di giorni. Lavoro entusiasmante, affascinante. Corse a sirene spiegate, aperture porte, soccorso a persone, incendi. Tutto bello. Tutto troppo bello. Poi improvviso calò l’angelo della morte. Risuonò l’allarme. Tutti partirono per  Giampilieri e Scaletta Zanclea. Li seguii.Mi investì l’odore acre della paura, il sapore salato delle lacrime, l’assordante silenzio della disperazione. Le scarpe mi affondarono nel fango. Attorno a me solo distruzione. Mi sentii tirato per i capelli dalla mano dei ricordi. Allora,  giovanissimo militare di leva, fui inviato negli scenari del terremoto dell’irpinia. Stesse immagini. Morte e distruzione. Ricaddi nel fango peloritano tra un nugolo, organizzato e efficiente, di Vigili del Fuoco. Mi ricordai di essere un fotografo. Iniziai a scattare. Con rispetto. Li vidi sollevare a braccia enormi massi,  nuotare nel fango, oppure in totale silenzio ascoltare ogni minimo rumore. Li vidi darsi il cambio, per ore, ogni 10 minuti per scavare in spazi ridottissimi. Io insieme a loro. Con la mia macchina. Porsi una mano, un Vigile l’afferrò. Lo aiutai a salire. Ci guardammo. Mi dette una pacca sulla spalla sinistra. Poi l’odore acre della morte. Una mano. Poi il braccio. Dopo tre ore fu estratto il corpo, con estremo rispetto. Continuarono a scavare. Fino a sera. Dopo arrivò il cambio. Altri Vigili continuarono. Ci ritirammo al campo base esausti. Mangiammo in silenzio. Come zombie ci buttammo sulle brande. Nessuno parlò. Non ebbi la forza di guardare gli scatti. Poco dopo mi ritrovai sulla riva del fiume. Mi tuffai e nuotai a favore di corrente. Mai come allora quelle acque furono tanto chiare,  fresche e dolci per me. Mi riportarono alla ragione. Ampie e comode bracciate mi accompagnarono. Uscii dal fiume e tutto bagnato andai a casa. Scoprii che avevo perso quella scorza di indifferenza, cinismo ed  egoismo. Gioisco di fronte ad un sorriso, un abbraccio. Mi emoziono davanti un segno di solidarietà. Mi entusiasmo dinanzi alla felicità. Piango al cospetto della sofferenza. La vita è talmente forte da sconfiggere la morte ma, altrettanto delicata, da essere spazzata via da alcune, innocenti, gocce di pioggia.

Ora sono, forse, un altro uomo grazie alla fotografia.

E’ una cosa talmente assurda ma dannatamente vera.Oggi, dopo tanto tempo, conservo nel mio cuore l’acqua di quel fiume.  Licio LA ROCCA

 

 
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