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Re:RIFLESSIONI: IMPARARE A SBAGLIARE (1 in linea) (1) Visitatore
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Discussione: Re:RIFLESSIONI: IMPARARE A SBAGLIARE
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RIFLESSIONI: IMPARARE A SBAGLIARE


“Sbagliando s’impara”!

Il buon proposito per l’anno che verrà potrebbe essere quello di imparare a sbagliare come si deve… Il tema potrebbe prendere infiniti risvolti, basta citare ancora una volta Samuel Beckett per “continuare a provare per sbagliare meglio”.

Per chi fosse stuzzicato dall'argomento esiste un libro interessante “Il potere della stupidità” scritto da Giancarlo Livraghi e pubblicato nel 2004 da Monti&Ambrosini Editori.

Proprio da questo libro mi piacerebbe partire per provare ad agganciarmi poi alla Fotografia, perché di questo stiamo parlando… In particolare il capitolo di riferimento è il 29 intitolato “Errare Humanum”.

Mi consentirete di riportare alcuni passi che possano introdurre questa strana e strampalata “riflessione” di cui più volte mi avete sentito far cenno, specie nei tempi che furono, e che adesso mi piacerebbe strutturare in un pensiero più o meno articolato. Siete disposti a subire una nuova telenovela?

Giancarlo Livraghi scrive.

Può accadere anche che un errore riveli un difetto nel modo in cui era stata presa una decisione o impostato un progetto. Se non ci limitiamo a correggere l’errore, ma riusciamo a capirne le cause, possiamo arrivare a una soluzione più intelligente. (…)

È altrettanto pericoloso non sbagliare mai – o illudersi di essere infallibili. Se cadiamo nell’abitudine di ripetere gli stessi comportamenti, anche se in passato avevano dato buoni risultati, il problema non è solo che smettiamo di imparare. Sta anche nel fatto che, in pratica, le situazioni e i comportamenti non sono mai esattamente uguali. L’abitudine e la routine si sclerotizzano, attenuano le capacità percettive e ci inducono a perdere progressivamente contatto con la realtà. (…)

“Sbagliando si impara”, dice il proverbio. Ma si può fare molto di più. (…) In altre parole, non basta imparare passivamente dagli errori, ma è utile “saper sbagliare”. La stupidità non sta nel commettere errori, ma nel non volersene accorgere, non volerli capire, non saperli usare come una fonte di apprendimento. (…) Se il più stupido degli stupidi è chi non sa di essere stupido, anche chi crede di non sbagliare mai. Ma c’è chi cade nell’errore opposto. È talmente ossessionato dalla paura di sbagliare da chiudersi in un esagerato e ripetitivo precisionismo, in una ritualità formale che spesso produce più errori di quanti ne possa prevenire o risolvere.

Charles de Talleyrand era un birbante e un intrigante, ma non era stupido. Ai suoi discepoli insegnava: «Surtout pas trop de zêle». La precisione, l’attenzione, la disciplina, la cura dei dettagli sono intelligenti e possono togliere molto spazio alle insidie della stupidità. Ma l’eccesso di zelo non è solo noioso e irritante. Può essere anche la causa di molti errori.

Se sbagliare è umano, perseverare non è diabolico. È solo stupido. Non dobbiamo aver paura degli errori, né lasciarci innervosire, ma imparare a capirli. L’uso intelligente degli errori è uno degli antidoti alla stupidità.


(...)

Ora è chiaro che l’argomento della nostra nuova riflessione non è la stupidità, quanto l’errore e nel dettaglio vorrei parlare di errore in fotografia o in ciò che comunque nutre la fotografia. Da dove nasce, come si evolve e come cercare costruttivamente di inseguirlo, di farlo diventare un pregio, un valore aggiunto…

Abbiamo tutti sentito dire che le “regole” in fotografia vanno imparate per poi essere disattese! E vero, ma come fare? Come fare a smettere di aggrapparsi a concetti e punti di riferimento divenuti (dopo tanta fatica) punti cardine di un modo di esprimersi, un modo di vedere, un modo di comporre, un modo consolidato e “sicuro” di fare clic?

…E poi, ma serve davvero non seguire le regole? Ed ancora quanti danni possono fare regole e regolette se trasmesse nel modo sbagliato, o peggio se acquisite da autodidatta ed assunte come verità ed unico canone della “bellezza”? Non so come al solito dove porterà questa riflessione... Ho solo un punto di partenza ed alcuni spunti su piccoli approfondimenti fatti nel passato più o meno recente che mi piacerebbe come al solito condividere su queste pagine e non solo...

La curiosità è: impariamo a sbagliare sul "come"? Impariamo a sbagliare sul "cosa"? Impariamo a sbagliare su entrambi? In che direzione tale consapevolezza può portare?

Riprovo quindi ancora una volta ad utilizzare questa piccola finestra sul mondo, per riflettere insieme a chi avrà la pazienza e la voglia di condividere ed interloquire sulla questione.

 
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Ultima Modifica: 2013/12/24 10:15 Da alb.o.
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Re:RIFLESSIONI: IMPARARE A SBAGLIARE 6 Anni, 10 Mesi fa Karma: 2  
“Eppur si muove”

Qualche mese fa, durante i nostri scambi ed approfondimenti epistolari, il caro amico Emanuele mi ha suggerito un link, riferito ad un interessante articolo di Marco Pinna, tratto dal Blog National Geographic Italia. Nell’articolo (intitolato “Fuori Fuoco”) veniva sottolineato come parlare di mosso e sfocato, oggi non può certamente essere sinonimo di una fotografia di seconda classe o di foto sbagliata. Pinna addirittura rilancia dichiarando un legame certo tra queste tecniche e l’arte… e come dargli torto?

Fermo restando il nostro punto di partenza, ossia la ricerca dell’errore come strumento di nuova ispirazione ed apprendimento, ossia come superamento dei confini personali, come sforzo per comprendere di più la realtà, come nuovo spazio espressivo da colonizzare, bisogna tuttavia saper distinguere tra una foto venuta per caso (sbandierata ai quattro venti senza meditazione intima e momento di crescita) ed un lavoro cercato, pianificato e strutturato intriso di una certa estetica dell’errore. Se analizziamo gli esempi che Pinna ci riporta, come raffronto, la sua tesi non può che essere pienamente dimostrata lasciando ogni ultimo eventuale dubbio sciogliersi nell’assoluto mondo del nulla. A tal riguardo, infatti, che dire dei lavori di Michael Ackerman, Antoine D’Agata, Ernst Haas, James Whitlow Delano, Hiroshi Sugimoto, Gerhard Richter?

Tralasciando per un attimo la questione artistica, parlando di “consumo” di immagini se su un portale come Flickr si contano milioni e milioni di immagini basate su queste tecniche ed affini, non posso che concordare con Pinna nell’identificare tali attitudini come delle vere scelte da parte del fotografo che individuano direzioni ormai sdoganate. Lontane, seppur altrettanto valide, appaiono quindi le convinzioni o i dogmi del “tutto nitido ad ogni costo a vantaggio della profondità di campo” (pensiamo al gruppo f/64 di Ansel Adams). Il mosso, lo sfocato, lo sfumato, il “rallentato” e tutta una serie di tecniche ad esse assimilabili sono a mio avviso linguaggi e validi mezzi di espressione.

Intendiamoci, non è che si tratti di invenzioni moderne, basti pensare a Jacques Henri Lartigue che già nei primissimi anni del secolo scorso proponeva i primi ben riusciti mossi. Nello stesso periodo (anzi, sin dalla fine dall’ultimo decennio dell’Ottocento), si sviluppa il movimento pittorialista che fece capo al Linked Ring Brotherhood di Londra ed al Photo Club di Parigi, diffondendosi anche in America grazie alla Photo-Secession ed alla rivista Camera Work. L’uso di obbiettivi soft focus, di particolari filtri fotografici e particolari procedimenti di stampa furono alcuni dei mezzi e stratagemmi impiegati in quegli anni per ottenere effetti di sfumato, chiaroscuro e texture similari alle tecniche dell’impressionismo pittorico. Con ogni probabilità appare anche superfluo ricordare il futurismo, movimento per eccellenza testimone del movimento e della velocità in ogni sua forma ed arte, che nasce ai primi del novecento. Che dire poi del Surrealismo in cui ogni attitudine contraria alle regole, veniva sempre quanto meno presa in considerazione ed approfondita prima di essere fagocitata e riproposta all'intero di quell'avanguardia.

Tuttavia oggi la tecnica si è parecchio evoluta, viene proposta e diffusa a fronte di motivazioni e spiegazioni, neanche troppo concettuali ed inafferrabili, che convincono a tal punto da risultare persino facilmente riconoscibili dal pubblico, anche da quello meno esperto. Il segno, seppur mosso sfuocato, sfumato, vibrato, rallentato, ecc., viene oggi colto dal lettore, interpretato e fatto proprio: quindi una fotografia “artistica” non solo a vantaggio unico e proprio del fotografo, ma a servizio della collettività, in comunione con la società moderna!
 
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Ultima Modifica: 2014/01/03 01:25 Da alb.o.
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PipPap (Utente)
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Re:RIFLESSIONI: IMPARARE A SBAGLIARE 6 Anni, 10 Mesi fa Karma: 9  
"Fautographie: errore fotografico: espressione inventata, pare, da Man Ray

Mi intrometto, in questa riflessione, apportando un pizzico di bicarbonato.
Così tutto sarà effervescente per il prossimo Capo d'Anno.
Come hanno capito coloro che mi conoscono intendo suggerire la lettura del libro di
Clèment Cheroux
L'errore fotografico
Einaudi, € 18,oo
Ritengo la lettura assai opportuna, ancorché non esaustiva, poiché, a mio sommesso parere, consentirebbe di collocare le considerazioni che - lo spero vivamente - verranno, in un contesto già da tempo sondato e, storicamente ed esteticamente , ben tracciato e delineato.
 
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Ultima Modifica: 2014/01/17 18:18 Da PipPap.
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Re:RIFLESSIONI: IMPARARE A SBAGLIARE 6 Anni, 10 Mesi fa Karma: 2  
"L’errore fotografico".

Come al solito, illuminante Pippo… In attesa di approfondimenti del testo, che ho in parte già avuto modo di iniziare a sfogliare, come dicevo la preoccupazione di chi fa fotografia è spesso legata alla ricerca della perfezione ed al non commettere “errori”. L’attitudine diffusa, in linea logica ineccepibile, è che quanto più una fotografia si avvicina alla perfezione tanto maggiore è il pregio dell’autore. Tutto deve essere raffrontato però ad un elemento di confronto, ossia perfetta in relazione a quali parametri di perfezione? Bella, rispetto a quali canoni di bellezza? Giusta o corretta rispetto a quale grammatica?

Se dicessi che mio figlio è alto, faccio riferimento immediatamente ed implicitamente alla media altezza dei bimbi di cinque anni di Catania, della Sicilia, dell’Italia o al più del mondo. Ho quindi un riferimento immediato rispetto a qualcosa con cui comparare e/o misurare per verificare l’assunto iniziale. Esiste quindi un codice, uno schema mentale a cui fare immediato riferimento. Parimenti se dicessi che una fotografia è corretta o sbagliata, devo assumere immediatamente un sistema di riferimento all’interno del quale potermi confrontare. In termini matematici, dovrei definire il campo d’esistenza delle fotografie senza errori, o quello degli errori (da non commettere?) in fotografia.
Per far ciò, è probabile ed opportuno partire nel definire l’errore e verificare in che accezione per la lingua italiana può essere usato questo termine.

Con buona approssimazione, per errore si può intendere tutto ciò che si allontana da quanto è giusto o corretto. Tuttavia esiste anche un’accezione per così dire più poetica del termine, che fa riferimento ad un abbandonarsi alla ricerca di ispirazione attraverso nuovi cammini. L’errare inteso come vagabondare senza una meta precisa, alla ricerca di qualcosa di diverso e di nuovo rispetto a ciò che è consono e consolidato. In termini di sperimentazione, l’errore potrebbe essere dunque qualcosa di cercato, di voluto, di propedeutico ad una scoperta.

L’assenza dell’errore o quanto meno la ricerca asfissiante del corretto accompagna oggi una concezione superficiale e standardizzata della fotografia, facilmente constatabile dalla marea di immagini di cui oggi siamo sommersi.

Ogni "macchina fotografica scattante” ha dietro di se un utente che ricerca l’immagine come quella che ha già visto, più o meno coscientemente su internet, in tv, sul cartellone pubblicitario sotto casa, etc. ed allora citando Maurizio G. De Bonis ecco perché viene prodotta "una fotografia di tipo dominante monocorde, prevedibile e densa di luoghi comuni e, dunque, priva di sorprese, stupori e invenzioni. Insomma, una fotografia ferma e angosciosamente bloccata, implosa”. Il meccanismo più o meno funziona così.

Durante il nostro vivere in questo mondo non facciamo altro che interagire, ossia assorbire informazioni di continuo anche senza rendercene conto. Tra le informazioni assorbite esistono anche moltissime immagini! Inconsapevolmente facciamo una sintesi involontaria su quello che ci piace e quello che non ci piace (“teoria dei neuroni a specchio”). Poi un giorno decidiamo di scattare delle fotografie ed iniziamo ad elaborare e procedere a tutte quelle azioni che porteranno a cliccare il pulsante di scatto. Proprio durante questa procedura riappaiono più o meno inconsapevolmente le immagini di cui sopra, immagazzinate nel tempo dal nostro cervello. Estendendo questo procedimento a tutti gli utenti presenti nel pianeta, attraverso la globalizzazione tutti subiamo ogni giorno lo stesso tipo di immagini ossia immagini basate sugli stessi schemi in cui cambia solo il soggetto ripreso... e quindi le stesse immagini ritenute "belle" dai più iniziano ad essere inconsapevolmente riconosciute come tali da tutti o quasi... Si producono quindi immagini su immagini, tutte più o meno contaminate tra loro, secondo un canone implicitamente ritenuto corretto, attraverso impliciti schemi mentali di tipo compositivo, di tipo realizzativo, di linguaggio, etc. che diventano nel tempo automatici. Nasce così lo stereotipo. Uno stereotipo oggi identificabile in diversi tronconi, ma di cui i più diffusi sono chiamati grossolanamente ed ingenerosamente il "tipo ISTAGRAM" o il tipo "accademico e/o fotoamatoriale". Da notare come il primo dei due è diventato tale nel giro di pochissimo tempo (un paio d'anni) proprio per la maggior diffusione di telefonini e dispositivi che possono accedere al sistema…

Citando ancora Maurizio G. De Bonis “nonostante l’azione di ‘controllo’ effettuata su questa disciplina da molteplici organizzazioni e istituzioni, la fotografia stessa sfugge da sempre a ogni forma di censura scolastico-accademica, riproponendosi in barba ai codici in continuo cammino, anzi in un vero e proprio anarchico vagabondaggio”. Allora fortuna che nel tempo è sempre esistito e sempre esisterà l’errare. E’ solo grazie al vagabondare che si riesce a superare il consolidato, il “visto” e lo "stravisto", lo schema preconfezionato, la regola rigida e via dicendo.

Il volume di Clément Chéroux citato da Pippo Pappalardo è una “perlustrazione cronologica del fare fotografia che dimostra come l’andare errando e l’allontanamento dal giusto siano principi fondamentali evolutivi del linguaggio fotografico”. Un tassello quindi assolutamente fondante delle nostre RIFLESSIONI, come giustamente sottolineato da Pippo stesso nel precedente intervento.

Attraverso l’errore lo sguardo del fotografo accede alla conoscenza non filtrata dal preconfezionato dal precostituito. L’ errore cercato, e voluto, può essere inteso quindi come rivelazione, allontanamento dai codici, da condizionamenti e da sovrastrutture che può espletarsi in un luogo imprevedibile, nell’ambito del quale l’unico codice incancellabile è la possibilità concessa al nostro sguardo di perdersi in un cammino che porta ad esplorare campi d’esistenza diversi rispetto a quelli definiti in apertura.


 
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Ultima Modifica: 2013/12/24 10:32 Da alb.o.
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Caristofane (Utente)
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Re:RIFLESSIONI: IMPARARE A SBAGLIARE 6 Anni, 10 Mesi fa Karma: 2  
Caro Alberto, leggo sempre con interesse le tutte profonde riflessioni.

La tua cavalcata sull'errore che, sono convinto, non si fermerà tanto presto, mi riporta ad un pensiero che da tempo mi tormenta e cioè che le nostre moderne, automaticissime, macchine fotografiche, ci stiano portando ad una fotografia sempre più assolutamente, tecnicamente, automaticamente e freddamente corretta, con l'aggravante, come giustamente dici, dell'imposizione di una visione stereotipa che ci guida verso immagini sempre uguali a se stesse.

Eppure l'errore è importante: la natura e l'evoluzione da sempre perseguono l'errore. Senza l'errore non esiterebbe l'evoluzione, né la terra avrebbe l'aspetto che oggi conosciamo, neppure l'uomo esisterebbe!
La natura continua a dispensare errori, dagli errori nascono malattie, nascono mostruosità e deformazioni, ma dall'errore nasce anche il nuovo, il diverso, l'essere o l'elemento che si potrà adattare alle mutate e mutanti condizioni ambientali. L'errore è l'elemento vitale dell'evoluzione della vita sulla terra, perché non può esserlo per l'evoluzione fotografica? A patto, però, di saper riconoscere ed eliminare senza pietà, come madre natura insegna, tutte le anomalie inutili che si dovessero presentare lungo il cammino e salvare invece quelle utili.
Anche nella ricerca scientifica l'errore è fondamentale. Non solo per la ricerca dell'errore in quanto tale, per l'importanza, durante la ricerca, del suo riconoscimento ed eliminazione, in una sequenza programmata di eventi tali da produrre un risultato nuovo e utile. Laddove il riconoscimento dell'errore fa parte del processo ed implica, di volta in volta, la ricerca di nuove soluzioni. Ma anche perché dall'errore stesso sono a volte nate nuove scoperte, in quanto esso ha introdotto una nuova e inaspettata variabile nella sperimentazione.
Insomma l'errore, la mutazione, la varianza, sono fondamentali in tutti i percorsi di ricerca. Ricordiamo però che di percorsi di ricerca si tratta e che non possiamo erigere l'errore a sistema, pena un "cestino" sempre pieno di "errori"!
Perché l'errore possa occorrere necessita che il processo non si svolga in maniera troppo automatica, ma sia passibile di variazioni impreviste, di cambiamenti.
L'imprevisto ci espone sempre a nuove, inattese, situazioni, non prevedibili e, talora non riproducibili, ma comunque diverse, non immaginabili a priori e ci apre la mente a nuove soluzioni. Talora ci porta semplicemente ad esplorare una realtà o un problema da un punto di vista assolutamente nuovo. Per tutti questi motivi l'errore è importante, ma l'errore può e deve essere pilotato, si può imbrigliare il caso sperimentando soluzioni nuove, programmando serie di errori riproducibili o semplicemente imboccando strade nuove, ma a volte non è sufficiente. È difficile trovare l'errore giusto! L'importante è aprire la mente a nuove strade e nuove possibilità. Non esiste mai un'unica via, ma infinite. Non è detto che la più seguita, la via maestra, sia la migliore.
Apriamo la nostra mente ed esploriamo il mondo con occhi nuovi. Nuovi errori ci attendono per spingerci verso nuove soluzioni!

Buoni errori a tutti!

Ricordi la vecchia pubblicità che diceva: Cimabue che fa una cosa e ne sbaglia due.
Lui rispondeva pacifico: "ma che cagnarara, sbagliando s'impara!"



€m@nuel&
 
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E\' un\'illusione che le foto si facciano con la macchina... si fanno con gli occhi, con la testa e con il cuore.
Henri Cartier-Bresson

Chi non sa fare una foto interessante con un apparecchio da poco prezzo, ben difficilmente otterrà qualcosa di meglio con la fotocamera dei suoi sogni.
Andreas Feininger
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Re:RIFLESSIONI: IMPARARE A SBAGLIARE 6 Anni, 10 Mesi fa Karma: 2  
Esattamente!!!!

...grazie Emanuele per l'intervento!!!!

E' proprio così! L'errore deve essere anch'esso controllato, filtrato, epurato fino a rendersi proprio modus, se riconosciuto come campo da approfondire ed investigare!

Se ci pensi bene, molte delle nostre recenti foto in India, non sarebbero proprio potute nascere, se non ci fossimo detti più volte di cercare altro, di evitare strutture note e consolidate... Chiaro, abbiamo scattato anche "quelle altre foto", che peraltro riscuotono certamente un maggiore successo, ma sono le stesse che in realtà (a livello personale) ci soddisfano meno. Diventa però facile, cullarsi sugli allori, prendersi i facili complimenti su strutture consolidate e tornare a scattare alla stessa maniera, cullandosi del "tanto so che piacciono"!

Basta cambiare attitudine, sintonizzarsi sulla ricerca del proprio VERO punto di vista (ammesso che lo si abbia) o in modalità ricerca e sperimentazione ed ecco che le cose cambiano, le danze sono diverse, i risultati sono inusuali spesso spiazzanti... d'improvviso si palesa un moNdo nuovo! Da questo atteggiamento, anche il mezzo si adegua e come giustamente fai notare tu, a che servono tutte le macchine più sofisticate, tutti gli ultimi ritrovati tecnologici che mirano ad uniformarsi ed a rendere sempre più facile la vita del fotografo? ...e di quale fotografo stiamo parlando?

Fossi io produttore di macchine fotografiche (mi chiamassi, signor Canon per intenderci) cercherei di mettere sul mercato una macchina che aiuti l'operato dei più, farei un'indagine di mercato e capirei cosa produrre ed a chi indirizzarla... E siccome il signor Canon, si chiama appunto signor Canon, questa indagine l'avrà pur fatta senza aspettare il mio suggerimento. Con questo voglio dire che, se ci lamentiamo ormai sempre più frequentemente di immagini tutte uguali, se denunciamo costantemente un bombardamento d'immagini stereotipate e senza senso, potremmo anche pensare che gli strumenti che abbiamo a disposizione siano in qualche modo coresponsabili di questo atteggiamento... Sbagliare oggi con gli strumenti che abbiamo a disposizione è diventato davvero difficile, ed ammesso che si possa essere ancora tanto "scarsi" da sbaglaire con una "belva reflex" di ultima generazione in mano, poi si sistema tutto in post produzione in un secondo... Ed allora, si Emanule forse anche cambiare strumento o più semplicemente utilizzarlo in altro modo, potrebbe aiutarci a percorrere la strada della sperimentazione con più facilità. Sembra un paradosso ma non lo è! Uscire senza paracadute, senza possibilità di recupero dopo, evita la tentazione di recuperare in seguito, etc.

Il "Fotografo vagabondo" contemporaneo per eccellenza secondo me è Daydo Moryama... Sarà curioso provare a guardare con cosa fotografa e quali tecniche usa... Vi assicuro che sarà una sorpresa per i più (ammesso che esista ancora qualcuno che non lo conosca)… Non è un caso che la foto più rappresentativa dell'intera sua opera è un cane randagio. Avremmo certamente modo di parlare anche di Lui e non solo, durante queste nuove nostre RIFLESSIONI...

Grazie Emanuele, spero che questa nuova "cavalcata" sia più interattiva della precedente, che tante soddisfazioni personali e non solo ci ha dato durante l'estate scorsa, per intanto accolgo il tuo invito…


Buon vagabondaggio

Alberto


 
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Ultima Modifica: 2014/01/03 01:21 Da alb.o.
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