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Re:RIFLESSIONI SUI RIFLESSI (1 viewing) (1) Guest
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TOPIC: Re:RIFLESSIONI SUI RIFLESSI
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errore di caricamento immagine...

provvedo subito!



Narciso - Caravaggio dipinto ad olio su tela di cm 112 x 92 (1597 - 1599)
Galleria Nazionale d'Arte Antica a Palazzo Barberini in Roma.

da wikipedia
(...)

Il formato verticale della tela consente a Caravaggio di dare vita a una figura quasi perfettamente doppia. Le braccia disposte ad arco di Narciso seguono l'andamento della tela, e dal suo profilo chino si suggerisce lo sguardo anelante e sofferente.
Il soggetto del dipinto è Narciso, ritratto mentre si specchia nell'acqua cercando un contatto fisico con il suo riflesso, di cui il fanciullo si è infatuato credendolo reale. In particolare, qui l'artista dipinge il momento che precede la scoperta dell'inganno, infatti, l'immagine che Narciso vedeva nella pozza d'acqua altro non era che la proiezione di se stesso.
 
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Last Edit: 2013/09/19 10:23 By alb.o.
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Michele Canzoneri (1944)

Artista Palermitano. inizia la sua carriera come scultore (Gav, sculture luminosa). Amante della carta antica (Brdo Thodol 1977), cura anche importanti attività legate alla scenografia. Lavora anche sulle vetrate del Duomo di Cefalù, alla scenografia di "Norma" al Teatro Bellini di Catania, sulle vetrate della chiesa San Pio a S. Giovanni Rotondo.


Giovanni Pepi (1947)

Giornalista agrigentino dirige oggi "il Giornale di Sicilia", oltre che sito internet, televisione e radio associati.
Fotorafo per passione, ricercatore appassionato degli interstizi, di ciò che accade laddove non cerca nessuno… Giocoliere di Luce e Ombre. Ha esposto le sue opere a Palermo, a Capo D'orlando, ad Agrigento ed a Cefalù.


Giovanni Pepi è attento osservatore attratto da luce ed ombre, da tutto ciò che potrebbe a primo acchito apparire scontato, da tutto ciò che è quotidiano intriso di caratteri marginali e periferici… Sono allora luce ed ombre di anfratti e di interstizi, in cui spesso si incontra con i riflessi. "(…) pensiamo per esempio alle pozzanghere dove si realizzano riflessi che costituisco sistemi di linee; oppure pensiamo alle vetrine colpite in senso obliquo da una luce che poi si confonde con altre luci, ecco dentro l'ombra della vita comune, quotidiana, ci sono tantissime cose che l'occhi vede e che non fissa, cose che esclude dal suo interesse". Giovanni Pepi riconosce certi riflessi combinati a certe particolari situazioni di luce e da queste combinazioni nascono paesaggi, forme e scenari alternativi, quasi immaginari, ma allo stesso tempo reali che formano geometrie e paesaggi fantastici, dove luci, ombre bagliori ed opacità si danno appuntamento quasi a ricreare immagini che aspettano solo di essere raccolti da sguardi sapienti. Tali influenze, forse tipiche dell'impressionismo sono comuni anche a Michele Canzoneri, con cui Giovanni Pepi condivide questi interessantissimi "Appunti".

Appunti, già, come tutti quelli sui diari di Canzoneri accompagnano ad ogni suo lavoro. Idee, costruzioni, riflessioni di ogni impegno sono meticolosamente annotate su diari di carta antica, creando una sorta di opera nell'opera. Appunti che consentono di verificare gradualmente come "il tratto si dilata, diventa chiaro scuro, entra nella realtà. Acquista vita con l'ombra". (…) "I riflessi moltiplicano così, come in un gioco di specchi, la visione, ne amplificano la durata, ne dilatano l'espansione nello spazio e finiscono per disegnare una geografia intima di tracciati divaganti che si offrono ad altri sguardi.
L'assenza di una qualsiasi topografia riconoscibile o familiare consente infatti una immedesimazione pressoché totale, empatia, incondizionata, con gli scatti via via proposti: a trionfare in essi è quasi sempre un'aria elettrica, umida sulla quale scivolano onde lente, e risacche dello spirito, barche attraccate al molo o alla devia,riflessi smaltati di lamiere e carrozzerie, vetri frantumati e quotidiana banalità che appartengono alle esperienze di tutti ma su cui solo di rado riusciamo a fermare uno sguardo del tutto consapevole, quando guardare e vedere finalmente coincidono. Un esercizio sempre più raro, di educazione dello sguardo, cui spesso ci si sottrae per paura o disaffezione."



Tratto da "Appunti (e Ombre)"
opere di Michele Canzoneri e Giovanni Pepi
Edizioni di Passaggio 2012




foto di Giovanni Pepi
 
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Last Edit: 2013/09/26 09:53 By alb.o.
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“Si trattava, soprattutto, di un’analisi delle immagini di fruizione pubblica, visibili lungo la strada, dentro i negozi, sui cartelloni pubblicitari. Negli anni le avevo come scomposte, sicuramente alludendo al meccanismo del fotomontaggio, ma con precisa attenzione nei confronti di un problema particolare, di una relazione specifica: quella immagine che diventa realtà, della realtà che diventa immagine, per cui l’immagine all’interno della realtà diventava fotomontaggio della realtà stessa. Era un gioco di specchi e di parole. (…)





Questo è un cartellone pubblicitario in parte cancellato con il riflesso, nel senso che mi sono messo in una posizione nella quale il cartellone rifletteva il paesaggio che avevo alle spalle, permettendomi di fotografare due differenti realtà: quella del cartellone e quella che avevo alle spalle.

Mi piaceva, soprattutto all’inizio, la possibilità di fotografare contemporaneamente ciò che avevo davanti e quello che c’è alle spalle, perché corrisponde a una percezione normale, che tutti proviamo girando per strada. Se vi fermate davanti ad una vetrina, vedete gli oggetti attraverso il vetro, ma vedete anche il riflesso di voi stessi e di quello che avete alle spalle. Allora questo rapporto così strano così inquietante e per certi versi forviante che si istaurava tra me, l’oggetto che guardavo e la realtà che avevo alle spalle, cioè con le superfici specchianti o pseudotraspartenti, è diventato per un certo periodo una mia cifra espressiva, o quantomeno una cosa che ero deciso ad indagare.

(…) La realtà è diventata un colossale fotomontaggio. Oggetti diversi si sovrappongono in relazioni complesse, che richiamano la tecnica e la pratica del fotomontaggio classico, riproponendone il tipico meccanismo di piazzamento rispetto alle attese.”

Luigi Ghirri “Lezioni di Fotografia”
 
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Last Edit: 2013/10/01 13:55 By alb.o.
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“Mascherine, trasparenze, vetri smerigliati, foschia, notte, specchi deformanti, riflessi nelle vetrine, schermi, immagini di immagini: la fotografia di Ghiri appare particolarmente attratta da queste trappole tese all’osservatore (…) per interrogare, come il protagonista di Blow Up, il grande fotomontaggio della realtà”.

Ghirri, sicuramente influenzato dal lavoro di Friedlander degli anni sessanta, ricerca anche attraverso le trappole di cui parla, l’immagine nell’immagine, lo specchio nell’immagine, la finestra nell’immagine, il riflesso nell’immagine…



Da ciò, lo “sdoppiamento” delle immagini di Ghirri dei suoi anni settanta, caratterizzato dalla “fotografia come interrogativo” (così come catalogata e presentata anche nella recente mostra romana: “Luigi Ghirri, pensare per immagini”). Ogni immagine di questo periodo tende ad evidenziare l’ambiguità intrinseca tra la cosa ripresa e la sua rappresentazione fotografica… immagini di immagini. In questo contesto i confini delle sue immagini diventano permeabili, ancor più esaltati dalle immagini di un mondo diventato scenografico (unica precursore di mondo e scenografia è Diane Arbus, con le sue fotografie di Disneyland ed Hollywood, luoghi da lei stessa chiamati pseudoluoghi).

“Ci fu un tempo in cui il reale si distingueva chiaramente dalla finzione (…) in cui si andava in luoghi specializzati e ben delimitati (parchi di divertimenti, fiere, teatri, cinema) in cui la funzione copiava il reale. Ai nostri giorni, insensibilmente, si sta producendo l’inverso: il reale copia la funzione. Il minimo monumento del più piccolo villaggio si illumina per assomigliare a una scenografia. E se non abbiamo tempo per andare a vedere la scenografia, ce la si riproduce (immagini di immagini) sui cartelloni posti ai margini dell’autostrada”.
Marc Augè (sociologo) 1997

Il lavoro di Ghirri in queste direzioni è contemporaneo all’opera di Robert Venturi e Denise Scott Brown (“learning from Las Vegas” 1972).
 
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Durante le sue riprese di notte, viene ulteriormente amplificato l’effetto scenografico/fotomontaggio del riflesso.



Sulla prefazione di Kodachrome (1978) Luigi Ghirri scrive: “l’incontro quotidiano con la realtà, le finzioni, i surrogati, gli aspetti ambigui, poetici, o alienanti sembra negare ogni via d’uscita dal labirinto, le cui pareti sono sempre più illusorie tanto che ci potremmo confondere con queste. Il senso che cerco di dare al mio lavoro è quello di verificare come sia ancora possibile desiderare ed affrontare la strada della conoscenza per poter infine distinguere l’identità precisa dell’uomo, delle cose, della vita, dall’immagine dell’uomo, delle cose della vita”.
 
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Lee Friedlander (1934)


Fotografo americano ed artista.

Lee Friedlander sviluppa nel ventennio degli anni ‘60 e ’70 un linguaggio basato sul "social landscape" largamente seguito, sviluppato e re-interpretato sino ai giorni d’oggi.

Friedlander studia fotografia all’ Art Center College of Design in Pasadena, California. Nel 1956, si trasferisce a New York dove inizia la sua attività professionale come fotografo di scena, in special modo per eventi legati alla musica ed al jazz in particolare. I suoi primi lavori sono chiarmente influenzati dai grandi Eugène Atget, Robert Frank e Walker Evans. Nel 1960, ma anche nel 1962 e nel 1977 la Guggenheim Memorial Foundation gli assegna tre importanti riconoscimenti (anche economici) che gli consentono di approfondire i suoi temi fotografici e sviluppare i lavori in itinere.

Lee Friedlander è comunque molto famoso anche per i suoi lavori legati alla vita urbana, fotografia centrata quindi su momenti di vita in strada, in cui i riflessi rappresentano una costante cifra stilistica. Recinzioni, vetrine, cartelli stadali, semafori, tutto insieme intercciato alle figure umane ed ai manichini, rientrano nella sua fotografia dalla quale anche Luigi Ghirri fu incuriosito ed ispirato qualche anno più tardi. Il caos delle Città ed il nuovo divenire di esse, sono quindi i temi indagati dal fotografo. Ama quindi fotografare attraverso i riflessi, ama immortalare le persone specchiate nelle vetrine, ha lavorato con gli specchietti retrovisori delle auto ed inserisce spesso la sua presenza attraverso la sua ombra nei suoi fotogrammi.


“Somebody else could walk two feet away to get those poles and tress and other stuff out of the way, I almost walk two feet to get into it, because it is a part of the game that I play. It isn’t even conscious; I probably just drift into it… its like a found pleasure. You’ve found something that you like and you play with it for the rest of your life.”
Lee Friedlander



Nel 1963 la prima personale al International Museum of Photography e poi al Museum of Modern Art in New York City insieme a Garry Winogrand e Diane Arbus. Nel 1973, il suo nome si lega ai Rencontres d'Arles con "Soirée américaine : Judy Dater, Jack Welpott, Jerry Uelsmann, Lee Friedlander". Nel 1990, altro grande riconoscimento dap arte della MacArthur Foundation.

Altri premi e riconoscimenti importanti sono legati al Royal Photographic Society in occasione del 150° Anniversrio nel 2003. Nel 2005 una mostra antologica con circa 400 fotografie rappresentanti della sua carriera al Museum of Modern Art, poi ripresentata nel 2008 al San Francisco Museum of Modern Art. Sempre nel 2005 il premio Hasselblad.

“You don’t have to go loing for pictures. The material is generous.
You go out and the pictures are staring at you”.
Lee Friedlander



 
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