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TOPIC: Re:RIFLESSIONI SUI RIFLESSI
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Edward Hopper (1882 - 1964)

Basta poco per rendersi conto che Hopper predilige nelle sue opere le architetture nel suo contesto, il paesaggio, le strade di città, e gli interni. La sua pittura è ricca di colori brillanti ma contrariamente a quello che ci si aspetterebbe dalle cromie utilizzate, non trasmette certo vivacità. Gli spazi sono riconoscibili come propri, ma seppur reali in essi c'è qualcosa di metafisico che giustifica un qualche accostamento con l’opera di Giorgio De Chirico. La composizione è fortemente geometrica, le luci sono fredde, pochi ma presenti i dettagli. Hopper ci offre in modo sempre diverso, una relazione ricorrente basata sul rapporto personaggio/ambiente interno/ambiente esterno (ossia: carne, casa, cosmo) portando via via a distinguere spazi utopici seppur descrittivi, predisposti per l’attesa di un incontro che non avverrà mai, l’attesa, consapevole o inconsapevole, la disgiunzione ed il non contatto.

La scena in cui si muovono i suoi pochi personaggi (spesso unica figura umana) è immersa nel silenzio. Ma attenzione nelle sue opere non si dovrebbe mai parlare di immobilità o di solitudine. Una figura umana, isolata nel senso di only-ness non ha lo stesso significato della stessa figura umana inserita in un contesto di loneliness. E’ il rapporto e l’ordine di sensazioni che distingue i due casi. Quando vi sono più soggetti, sembra non riescano o non vogliano comunicare tra loro. Di lui è stato detto che sapeva "dipingere il silenzio", credo che sia assolutamente vero.

Ma perché Hopper? Cosa centra con le nostre riflessioni… ?

Intendere ciò che ci circonda attraverso il suo contrario è una pratica che allarga gli orizzonti e mette in crisi i radicati punti di vista di ognuno di noi. Eppure esiste il silenzio ed è tanto apprezzato in relazione al rumore od in generale al suono, come diminuzione del suono; se si conosce il significato della dolcezza è per confronto e contrasto al sapore di ogni amara esperienza. Credo che nelle scene riprese da Hopper, tanto ricche di finestre e vedute panoramiche l’assenza del riflesso è fortemente spiazzante… sembra quasi non esistano i vetri, eppure specie nelle scene di interni di uffici, tale assenza si fa certamente notare ed a mio parere è elemento determinante alla creazione di quella atmosfera, di quel silenzio che lui riesce a dipingere. Ma ancora per contrasto, l’assenza del vetro porta alla conoscenza del riflesso attraverso le sue opere e probabilmente attraverso la stessa tecnica, la presenza del riflesso ci fa riflettere su ciò che esso genera, ossia (spesso) l’assenza del silenzio, il turbamento di uno stato di quiete… il non riflesso di Hopper, se mi concedete il passaggio contribuisce notevolmente alle suo atmosfere non rumorose, non contorte, semplici da definire e da individuare ma allo stesso tempo al quanto surreali ed utopiche…

Le sue aperture quasi sempre rettangolari e della stessa limpida qualità cromatica, sono sempre riempite di “cose”, tutte in precisa relazione reciproca. Il volume dei suoi bordi va pensato a confronto con i contorni della luce rappresentata, alla cui traccia si contrappone la totalità e l'interezza della struttura che si spinge dall’interno verso l’esterno. Un riflesso in tal contesto (inteso come riflesso sul vetro e non come riflesso di luce) porterebbe sicuro scompiglio, turbamento e disordine, ed è per questo che non viene mai nemmeno minimamente accennato.



“La donna è corpo attivo riflettente perché riflette il fuori riportandolo in sé, grado diverso di riflessione, relativo ad un corpo unico in cui esperienze fisico-motorie ed altre psichico-emotive sono vissute congiuntamente. Come si spiega che tanto spesso i personaggi di Hopper vengono detti assorti? Nella stessa area locale di significato il termine, dal latino absorptus, participio passato di absorb_re, composto di sorb_re (bere, “sorbire da”, impregnarsi per assimilare), intrattiene rapporti di solidarietà con l’unità semantica “riflessione”: si tratta, in entrambi i casi, di passaggi dall’esterno all’interno che la pittura esprime tramite giochi luminosi: la figura riflette, la figura è assorta, la figura è comunque investita di luce. Visibile è sensibile e quindi dicibile e pensabile. A confronto, se anche l’edificio cittadino assorbe calore, il suo poter riflettere non è però equivalente a quello della donna (con cui, guarda caso, è in rima cromatica)”.
 
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Last Edit: 2013/07/10 14:23 By alb.o.
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Pieter ten Hoopen (1974)

Si trasferisce dall’Olanda, sua casa natale, in Svezia nel 1999, dove studia fotografia alla Nordens Fotoskola di Balsta. Lavora quattro anni come fotogiornalista per l’agenzia svedese Moment, pubblicando nelle principali riviste svedesi ed internazionali.
Tra i suoi principali riconoscimenti e premi: nel 2008 vince il “Memorial Mario Giacomelli” e nel 2008 il primo premio nella categoria daily life World Press Photo. L’anno successivo vince l’Award of Excellence in categoria Portrait Series al Picture Of the Year (POY2009). Nel 2010 ancora il World Press Photo Awards in due categorie (portraits e daily life).
Con base a Stocolma è rappresentato dall’agenzia VU e lavora nel campo editriale, oltre che a progetti personali ed incarichi in assegno “commercial assignments”. Pubblica con una certa regolarità sul New York Times, Le monde, Expressen, Dagens Naeringsliv.
Pieter ten Hoopen ha pubblicato:
- “Stockholm”, The Bearded lady, 2010.
- ”Jag är både listig och stark”, Nygren och Nygren, 2011.
- “T0kyo 7”, The Bearded lady 2012.

Da quest’ultimo lavoro:

“As a city, T0kyo seemed practically untouched. I couldn’t help wondering what was behind the facade.
How do the Japanese handle sorrow, loneliness and the demands of society?
Above all, I wondered how my generation lived their daily lives there.
I knew I would go back and lo0k for a more intimate T0kyo”.


 
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Last Edit: 2013/07/18 19:05 By alb.o.
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...altri riflessi di Pieter ten Hoopen

 
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Davide Monteleone (1974)

Nato a Potenza, durante la sua infanzia si sposta in diverse città italiane per motivi di lavoro dei genitori.

Si iscrive alla facoltà di Ingegneria, lasciata in seguito per trasferirsi prima negli U.S.A e poi in Inghilterra, dove si accorge di nutrire curiosità ed interesse per la fotografia e il giornalismo.

Nel 2000 ritorna in Italia dove inizia la sua attività di fotografo professionista. Nel 2001 si trasferisce a Mosca, dove ha vissuto fino al 2003 come corrispondente per l’Agenzia Contrasto.

Dal 2003 vive tra l’Italia e la Russia, portando avanti progetti personali a lungo termine.

Dal 2011 è rappresentato da VII photos.

I suoi lavori hanno vinto numerosi premi, sono stati pubblicati sulle più importanti riviste italiane ed internazionali oltre che esposti in diverse mostre. Tra i premi ricevuti ricordiamo nel 2011 secondo posto categoria (Art and Entertraiment) al Word Press Photo, nel 2010 secondo posto al Sony World Photography Award, nel 2009 ancora World Press Photo, ma questa volta primo posto nella categoria General News, premio già vinto anche due anni prima nel 2007 per la categoria Spot News.

Tra i libri:
2012 – “Red Thistle”, Actes sud, Dewi Lewis, Peliti, Kherner Verlag
2009 – “La linea inesistente”, Contrasto
2007 – “Dusha”, Russian Soul, Postcart
 
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Last Edit: 2013/07/19 14:32 By alb.o.
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Foto di Davide Monteleone.

 
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Helmut Newton (1920-2004)


Scrivere di Helmut Newton (in realtà Helmut Neustädter) è con ogni probabilità al quanto superfluo, pur tuttavia, qualche breve indicazione, se non altro per restare coerente con le altre riflessioni fin qui condivise, è comunque dovuta.

Fotografo di moda tedesco, famoso in particolare per i suoi studi sul nudo femminile, è figlio di genitori ebrei della borghesia berlinese.
Nel 1938 a seguito delle leggi razziali lascia la Germania, rifugiandosi a Singapore.
Fin da piccolo, quando ancora in Germania lavora con la fotografa tedesca Else Simon (Yva).
Prende servizio nell'esercito australiano durante la seconda guerra mondiale, dal 1940 al 1945.
Nel 1948 sposa l'attrice australiana June Browne (fotografa anch’ella e nota con lo pseudonimo di Alice Springs).
Finita la guerra lavora come freelance nel campo della moda e lavorando anche con riviste come Playboy, per poi concentrarsi esclusivamente sulla fotografia di moda, a partire dalla seconda metà del secolo scorso. Una volta trasferitosi a Parigi nel 1961, pubblica sulle più grandi riviste al mondo del settore. I suoi lavori appaiono infatti su Vogue, L'Uomo Vogue, Harper's Bazaar, Elle , GQ, Vanity Fair, Max e Marie Claire, etc. La serie "Big Nudes" del 1980 segna la vetta del suo stile “erotico-urbano”, sostenuto dalla sua grande tecnica fotografica. Inizia anche una attività da ritrattista ed incomincia a lavorare per Chanel, Gianni Versace, Blumarine, Yves Saint Laurent, Borbonese e Dolce & Gabbana.
Da Parigi si trasferisce a Monte Carlo prima, per poi definitivamente spostarsi a Los Angeles, dove muore in un incidente stradale. Le sue spoglie riposano a Berlino nel cimitero ebraico di Friedenau e la sua tomba è collocata a qualche metro da quella di Marlene Dietrich.

“Nelle mie foto non c'è emozione. È tutto molto freddo, volutamente freddo”.

E' il 1973 ed Helmut Newton scatta il suo primo nudo d'autore (lo è?). Lei è Charlotte Rampling, grande e anticonformista attrice inglese. Ed è un riflesso tra la linea sinuosa della schiena, nuda, tra l'opulenza di un arredamento d'alto antiquariato ed una porta aperta sul mondo… lui è li che scatta anch’egli riflesso allo specchio.

 
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Last Edit: 2013/08/26 19:03 By alb.o.
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