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Discussione: il retablo di Roberta Giuffrida
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il retablo di Roberta Giuffrida 3 Settimane, 3 Giorni fa Karma: 9  
Il “retablo di Rosalia” di Roberta Giuffrida

Con il romanzo “Retablo” lo scrittore Vincenzo Consolo consegnava alla letteratura italiana un mirabile esercizio narrativo laddove, recuperando il vecchio significato pittorico del termine, ne riutilizzava l’apparato retorico per congiungere le serie di una storia e di quanto accaduto. Una sequenza, quindi, di quadri narrativi, di pretesti visivi, per scandire un racconto dai tratti, o meglio ancora, dai profili differenti tra loro, ancorché fascinosi.
Anche la nostra Roberta Giuffrida, con “Il festino di Santa Rosalia”, si emancipa da uno “story board” semplice, cronologico, strutturato solo in termini spaziali e temporali. Preferisce, piuttosto, incrociare la visione della realtà intercettata dallo sguardo con la parallela analisi - direi più personale -, di quanto la Festa le suggerisce.
Come nel romanzo di Consolo la protagonista è lei, “Lia, Rosalia, Rosa e lia, Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha roso, che il cervello s’è mangiato”. Questa protagonista, di cui il popolo si dichiara innamorato, anche nel fotografare della nostra amica assorbe ogni sua presenza-assenza nella composizione dentro il quadruccio dell’immagine traguardata, esaurendo l’emozione dell’incontro e della scoperta. Lo sguardo della fotografa preferisce, allora, frugare il contesto della processione trovando la sua eroina dietro una grata; ne raccoglie lo sguardo misericordioso; lascia che quello sguardo, come anche il suo, si congiunga in una diversa comunione di intenti, che perda l’aureola, che si incoroni di rose e, come donna, si lasci guardare, superando i diaframmi visivi e i riflessi, reali o metaforici, dei pensieri, Cosicché Rosalia diventa le tante donne che sono in strada, che sono in attesa; cosicché il suo sorriso, dapprima mesto, ora riposa tra i fiori, tra le sue rose, con grazia infantile, con fiduciosa riconoscenza. L’affollata composizione di quanto fotografato, rende evidente - come in un tessuto lavorato a maglie fitte -, la volontà della fotografa di restituirci tutti i significati riposti della festa. Ma proprio la volontà di riempire il quadro con tutti gli elementi catturati dallo sguardo, proprio questa volontà di non disperdere i fremiti e le ombre di quanto sta vivendo, la porta, inevitabilmente, a documentare un altro qualcosa che è davanti agli occhi: una festa religiosa dai contorni più civici che religiosi, più teatrali che rituali, più femminile che maschile, più da vivere con gli occhi piuttosto che con una immersione corporale più dichiarata.
Ma questi momenti Roberta li registra come presenze “inquiete”: una cancellata che separa, la presenza della polizia, l’obiettivo puntato in alto, tra il buio, a scavalcare il buio, a cercare una luce diversa, oltre la devozione. Lo strumento narrativo di Roberta si spinge verso una documentazione che interpella sul senso della festa, della comunità, delle espressioni vissute; e conviene che, anche se per poco tempo, gli occhi hanno visto un nuovo senso, una diversa direzione. Quegli sguardi che si soffermavano tra le rose, tra le donne eleganti e festose, a quella Donna ora, infatti, chiedono aiuto, guardando in alto, verso la barocca macchina della festa, per riprendere l’avventura di una diversa speranza.
Concludiamo: la fotografa, con una scansione narrativa reportagistica assai partecipata, ci offre una differente ricognizione della religiosità siciliana, vissuta, stavolta, muovendo dalla constatazione che qualcosa è cambiato. Siamo cambiati anche noi. E bisogna raccontarlo. Ci inquieta questa scoperta? Roberta ha “sfruculiato” con intelligenza tra queste domande e, a mio sommesso parere, ci confida che “finché c’è inquietudine, c’è speranza”.
 
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