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Re:Sseminario con Mario Cresci:la testimonianza ACAF (1 in linea) (1) Visitatore
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Discussione: Re:Sseminario con Mario Cresci:la testimonianza ACAF
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Sseminario con Mario Cresci:la testimonianza ACAF 7 Anni, 8 Mesi fa Karma: 9  
Tra diletto, passione ed onestà: il percorso acaffino in cerca di un senso nuovo al fotografare.

Intendo muovere, per queste mie brevi considerazioni, dai due ultimi (si fa per dire) lavori del prof. Cresci ovvero “Forse fotografia” e “Future images”.
Ritengo, infatti, che nella vasta e qualificata produzione editoriale del nostro fotografo, ma anche in quella intorno alla sua persona ed alla sua opera, questi due testi, con le immagini, le note e le proposte ivi contenute, ci introducano bene al tema del nostro incontro.

Dunque, “fotografia, forse”.
“Forse” è, come tutti sappiamo, un avverbio che esprime incertezza, che si oppone a espressioni come “certamente, sicuramente”, che mette in guardia dall’accordare fiducia e consenso a quanto già enunciato, descritto, financo documentato e sperimentato.
Dobbiamo dedurre, allora, che proprio coloro che, come il nostro ospite, hanno testimoniato della bontà d’uso dello strumento fotografico, proprio chi ne ha indagato la sintassi, la grammatica, l’ontologia, la storia, l’inconscio medesimo con i suoi sviluppi imprevedibili e imponderabili, o proprio per questo, oggi, in un contesto tecnologicamente e socialmente differente da quello in cui nacque la fotografia, hanno perso fiducia nelle risorse dello strumento e nei risultati delle sue applicazioni?
La realtà, a mio sommesso parere, è differente.
Molto è cambiato, qualcuno se n’è accorto da tempo, altri, invece, continuano a vagheggiare un’età dell’’oro per la fotografia. E, intanto, il nuovo è arrivato: pochi l’hanno riconosciuto, altri l’hanno, addirittura, sospettato di cambiare le regole del gioco, altri ancora l’hanno accusato di averne stravolto la natura e la finalità.
Eppure rintracciamo nelle proposte sottese in tanti avanguardismi, il desiderio di tornare all’antico, alla camera oscura, alla qualità della luce, al senso della prospettiva, alla dimensione e alla coscienza del tempo: insomma, di dritto o di rovescio, tutti ancora concordiamo che la fotografia rimane uno strumento magnifico che prediligiamo e privilegiamo per raccontarci le cose intorno a noi e dentro di noi, di là da tutti i “forse” e di là da tutti gli sperimentalismi e di tutte le provocazioni.
Anzi sono proprio quest’ultimi, che spingendoci nelle verifiche delle capacità dello strumento e proponendoci consonanze straordinarie con gli altri linguaggi espressivi, danno nuova vitalità all’esperienza fotografica. Ma questa vitalità è veramente nuova o è solo moderna?
Ecco allora “Future Images”, con la sua risoluta volontà di assumersi la responsabilità di divenire una cartina tornasole capace, stavolta, non solo di analizzare la natura delle cose, la loro forma, struttura e necessità (vedasi in tal senso il lungo lavoro in Basilicata, a Tricarico e, soprattutto a Matera, nonché il prezioso contributo derivato dall’insegnamento), ma capace anche di capire, mi sia consentito, il sentimento d’affetto che nasce dall’osservare a lungo il reale davanti ai nostri occhi (Rainer M. Rilke: “all’osservare ecco c’è un limite, la realtà se a lungo mirata vuole corrispondere grata all’occhio che l’osserva”): e, quindi, quel “forse fotografia” va rigorosamente cercato nell’opera degli artisti che si avvalgono dello strumento fotografico, prescindendo perfino dalla sua storia e dalla sua natura ma non prescindendo dalla sua opportunità e concludenza.
Cresci, allora, ricorda Lyotard e “La condtion postmoderne”(1979) e concorda nel ritenere che, venute meno le certezze dei grandi sistemi interpretativi e dei saperi scientifici e umanistici - e, con essi, l’aspetto identitario della fotografia legato alle proprie specifità linguistiche-, occorra guardare alla nuova produzione “dentro e attraverso” le opere realizzate, e, solo “dentro e attraverso” la personalità dell’artista, cercare il futuro dell’immagine creata e proposta.
Qualcuno dirà: è una veccchia storia nella quale tutti, magari insieme, siamo passati.
Proviamo a tracciarla?
Tra il visibile e l’invisibile, invero, abbiamo posto la ricerca e l’operatività del nostro strumento (Merleau- Ponty e il suo saggio su Cezanne, sono stati un’impareggiabile bussola);
tra il percepito e il non percepito, ovvero attraverso l’occhio che compie una trasformazione - attraverso quest’esperienza - abbiamo manifestato la volontà di “comprendere”, in una forma giustificata e mai gratuita, il mondo attorno a noi;
in tal senso ci siamo avvalsi della cultura del mondo della tecnica e della scienza (cosicchè le regole, la filosofia del progetto, il punto di vista, sono diventati i nostri vademecum);
poi, abbiamo avuto bisogno di “verificare”, più che i risultati, il modo in cui li adoperavamo o ce li lasciavamo adoperare - quello che io definisco il “sistema fotografico”- (insomma, avevamo letto, e riletto perplessi, le verifiche di Ugo Mulas);
quell’esperienza ci portò dritti a Duchamp e lì sbattemmo il muso contro il muro di una conclusione tanto fascinosa quanto radicale che prescindeva dalle troppe cose che ci avevano accompagnato. Ma era, poi, una conclusione?
Ci sembrò di smarrire la direzione o quanto meno di non avere più chiaro il senso del nostro procedere: anche l’errore fotografico, tanto caro a un nostro amico, perdeva la sua oggettività e si smarriva nell’ambiguità dei segni delle nuove immagini.
Per nostra fortuna, la batosta di Duchamp conteneva anche il viatico per un proficuo ritorno dal luogo da cui eravamo partiti: avevamo, pur sempre, un’esperienza in mano e da lì occorreva procedere.
Lo capì Ghirri: l’ambiguità del segno da lui intravisto possedeva tanto di quella cultura da creare proficuamente la dimensione nuova del paesaggio.
Da dove veniva questa capacità di rendere ambigua la visione, di far slittare il suo significato, trasformandola in pensiero nuovo? Non ce n’è forse una traccia già nel nostro patrimonio di immagini barocche?
Lo capì Giacomelli e la sua volontà di fotografare “le proprie idee”, magari agganciandole alla ridondanza di un verso, alla considerazione di un suono. Invero ci sembrerebbe offensivo chiedere il “senso” dei propri risultati fotografici all’amico Mario che, ricordo, fu capace di realizzare un libro fotografico dal titolo “Metto all’asta le mie idee”(un verso di Corazzini).
Penso che questi due esempi siano sufficienti per intuire dove intendo spingere la ricerca di un nuovo senso per la fotografia: al diletto ed alla passione.
Dichiaro, infatti, orgogliosamente di essere un fotooamatore.
C’è nella definizione una dimensione ludica che non voglio disperdere, che non desidero annullare o addirittura mortificare o sentire disprezzare, una dimensione che con umiltà e soddisfazione, priva di vanità o di antagonismo, ritrovo appesa alle pareti dei locali che ospitano questo nostro incontro.
E c’è una dimensione “appassionata”, ripeto appassionata, che ci porta a leggere, studiare, confrontarci, dibattere, insomma a impegnarci a costruire un senso condivisibile per questo nostro diletto.
Per questo ci rivolgiamo ai professionisti, ai docenti, ai compagni di avventura e di poesia (raramente ai mercanti).
E così facendo scopriamo magari che il dramma della modernità (quest’ossessiva ricerca di senso) si tocca quando i segni non riescono più a esprimere quel dialogo con “il vecchio che non vuole morire e il nuovo che stenta a nascere”, quando constatiamo che abbiamo interrotto quel dialogo con il padre che magari abbiamo ucciso da qualche parte: segni che sono ormai bagliori che perseveranti rintracciamo perché capaci di prometterci qualcosa ancora (Bongiorno ce lo ha splenditamente raccontato).
E così facendo, magari, convincerci, con l’amico Nicosia, che il verso di Montale “tutte le immagini portano scritto: più in là” è ancora irresistibilmente vero, così come l’esperienza raccontataci da Antonioni quando avverte che oltre il senso di una prima immagine c’’è un'altra immagine ed un altro senso ancora, e poi un altro, fino allo sfinimento dell’immagine stessa, come le onde del mare, come il segno dell’orizzonte, come “l'ultimo sole”.
E cosi facendo, magari, convincerci che non siamo soli in questa ricerca di senso: la misurazione del mondo - e misurazione è espressione cara alla personalità del nostro amico - la possiamo compiere sui reperti di una cava come sulle tracce del territorio, sui piccoli oggetti quotidiani come sulle reliquie della memoria.
Ebbene, queste misurazioni - tanto care anche allo storico Le Goff scomparso giorni addietro - , non sono altro che le medesime che i fisici compiono sulla materia – come Matera, come mater – ricordandoci la possibilità e la capacità di studiarla in ogni dettaglio – pensiamo alla rintracciata eco dell’onda magnetica (big ben) che ha generato l’universo di cui parlano i notiziari.
Scaviamo nei segreti dell’universo, nella sua composizione, nell’origine della sua struttura, negli ingredienti di cui è fatto; e, ancora sulla la curvatura dello spazio, e sulla storia passata e futura della sua espansione. Se non fossero i fisici a parlarne mi sembrerebbe di ritrovarmi tra le pagine di Cresci.
Questo è anche il nostro diletto, questo il nostro dilettare.
E non crediate, cari ospiti, che questo diletto sia cosa da poco; sappiate che è sempre compagno della passione:
siamo pur sempre figli della Magna Grecia, come i suoi amici di Lucania; ma, siamo pure gli eredi di Pirandello; pertanto, la passione, il pathos, per noi non è altro che il logos, ovvero quella forte volontà di comprendere, che incontra il Kaos, il mistero dell’esistenza.
Siamo consapevoli che da questo incontro nasce sempre un dramma; ma non è proprio il dramma, come ci spiega la psicanalisi, alla base di ogni nuova conoscenza, ricerca di senso, ancorchè dolorosa? Ricordiamoci di Edipo.
Mi accorgo che le domande si accavallano l’una sull’altra in un processo di autogenerazione che potrebbe impressionare e bloccare sul nascere ogni volontà di tracciare un senso all’ordine del mondo nelle nostre immagini.
Poi, rifletto (perché questo c’è dato: “il riflettere”) e convengo, personalmente, sull’immagine che rimane, dopo tanto pensare, traccia di una trascendenza che (mi confida l’amico Giovanni Chiaramonte) ha nello sguardo il suo punto decisivo: l’immagine che non ha solo una valenza semiologica ma si fa cifra, pi greco, luce nel buio di una ricerca che non vuol rimanere oscura di senso, privata perfino di un suo possibile non esistere.
Dobbiamo convenire, allora, che una cosa non ci ha ancora spiegato lo strumento fotografico e tutta l’esperienza che ne abbiamo tratto; ed è un problema che ci portiamo da Platone a Galileo, e, da lì, anche più avanti:
la realtà che fotografiamo è scritta in termini matematici, e come tale la riconosciamo, oppure l’abbiamo scritta in termini matematici, e come tale semplicemente la leggiamo?
La fotografia, immagine speculare per eccellenza, conserva infatti, in modo per niente ineffabile, anzi, in forma di concreta domanda, il suo ineliminabile “deposito di senso”; nella facoltà di scegliere una risposta (e progetto significa questa possibilità di scelta) riaffermiamo il nostro desiderio di libertà (e “forse” di dignità).
Mastro Ferdinando Scianna, in un libro da noi editato, ci ha, però, ammonito: “dopo che hai fotografato non barare mai con le parole sul senso che il tuo strumento e la tua volontà hanno trovato”.
 
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Ultima Modifica: 2014/04/08 09:45 Da PipPap.
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Re:Sseminario con Mario Cresci:la testimonianza ACAF 7 Anni, 8 Mesi fa Karma: 9  
L’emozione e la regola.

Avevamo proposto al prof. Mario Cresci tre parole, meglio, tre esperienze - diletto, passione, onestà - per muovere con esse verso la ricerca di un senso maggiore e nuovo per la fotografia.
Il maestro Mario Cresci, bontà sua, ce ne ha regalate altre due: regole ed emozione.
Cosicchè abbiamo ora, come direbbero gli spagnoli, una “manita” di proposte sulle quali riflettere insieme e con le quali costruire gli appuntamenti di domani.
Ovviamente, queste indicazioni di rotta le dobbiamo, a mio avviso, vivere alla luce dell’esperienza appresa in questi giorni (tenendo presente che l’operato del Maestro è stato, ed è, per volontà e scelta, polifemico e polisemico, avendo già trovato, sia ieri che oggi - anche per il linguaggio di volta in volta da lui adottato e per i risultati a cui è pervenuto -, una contaminazione, una complicità, un’eco, un approdo sulla riva di altre esperienze e di altre ricerche, con le quali scambiare la bontà delle verifiche realizzate e la necessità di quanto intuito e scoperto).
Ma andiamo con ordine: di quali “regole” ci ha parlato il nostro Mario?
Seguendo la sua metodologia vado alla radice dell’etimo “regola” che mi rimanda al “guidare diritto”, all’andare verso una direzione deliberata, chiara, cercata e voluta al di là dell’apparenza.
E indubbiamente, domanda dopo domanda, risposta dopo risposta, intorno alle tante immagini presentate, le più varie, e prescindendo dalla loro bontà ed efficacia, abbiamo costatato il manifestarsi di un’attenzione sempre rispettosissima, attenta, disposta a farsi sorprendere dalle fotografie, anche a farsi illudere.
Questa considerazione potrebbe già consustanziarsi in una regola didattica; ma è stato evidente a tutti che dalla didattica dovevamo scendere operativamente nell’atteggiamento concreto del chiarimento ovvero la formulazione di una “idea visiva” basata sul confronto, sulla necessità, importanza e quant’altro.
Un tempo quest’atteggiamento si definiva “filosofia del progetto”, mutuando dalla scienza e dalla tecnologia l’imprescindibile necessità di dotarsi di una metodologia in grado di apprezzare, in preambolo, l’importanza etica, estetica, scientifica, economica, civile, politica ed esistenziale del risultato che s’intendeva raggiungere.
Il nostro amico, però, non ci ha propriamente spinto in tal senso piuttosto ci è sembrato interessato a non farci perdere quello incipit e quel quid che muove il nostro interesse verso gli aspetti, i più vari e soggettivi, dell’esistenza.
Per essere più concreti: possiamo progammare, progettare, schematizzare la fotografia del nostro viaggiare (il viaggiare è solo un esempio), riconducendolo a ciò che ci aspettiamo dall’esperienza viaggio, e, quindi, la documentazione, la rappresentazione di una nuova conoscenza, di una misurazione dello spazio e del tempo che attraversiamo; possiamo fare altrettanto, muovendo da un verso, da un’esperienza letteraria, da un semplice suono come da una costruzione di suoni, dalla volontà di incontrare qualcuno o qualcosa o inseguire un fantasma o una fantasia.
La regola di questo fare e del nostro conseguenziale bisogno di vedere non starà nel principio, o nel corollario che ne deriva: la regola starà nella domanda e nell’attesa di una risposta, nel perché e nell’interesse, starà nell’incontro, nel dia-logo stabilito tramite lo strumento, starà nel risultato concludente e utile.
E se pensiamo che il mondo attorno a noi ha una sua materialità, strepitosamente bella da indagare e che su questa materialità gli uomini, nel tempo, continuano a costruire nuova conoscenza, nuova consapevolezza, con il ritrovamento della radice dei propri sentimenti, e le ulteriori, infinite, immagini di senso insieme alle teorie (un termine che pur sempre deriva del greco orao ovvero vedere) per spiegare i loro giorni di vita su questo pianeta, beh, tutto questo ci fa capire che la regola è lontano dalla formula e invoca l’adozione di una bussola differente, che possiamo liberamente costruirci da soli ma, se cercata insieme, e convenirne sull’uso più opportuno, forse è meglio, e più coraggioso e affascinante.

Tutto questo potrebbe sembrare un ragionamento a tavolino, statico, privo di un dinamismo capace di tenere da conto del flusso dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti.
Ecco, allora, l’emozione venire in soccorso alla nostra volontà di rappresentare la realtà che ci circonda.
Eventi, accadimenti provocano, stimolano le emozioni pù disparate: rabbia, paura, invidia, delusione, affascianzione, piacere etc…
Non trascuriamole. Sono, talvolta, segnali, reazioni che la nostra natura ci trasmette per capire la relazione tra il dentro di noi e il fuori di noi.
Trasportiamo, pertanto, queste considerazioni nell’operare fotografico: cosa facciamo quando ci rivolgiamo a ritrarre il volto che ci interessa? guardiamo noi stessi? ci confrontiamo? ci rendiamo conto del tempo che fugge? ci innamoriamo? ci muoviamo a pietà? perchè non scappiamo? perché proviamo a capire?
C’è, invero, nel fotografare un’emozione che non ha niente a che fare col virtuosismo fotografico, o con la qualità dello strumento, ma che intercetta quel momento meraviglioso in cui superiamo l’esperienza retinica e riconosciamo una diversa essenza dell’altro e del mondo comune che ci circonda.
Quest’emozione accompagna sempre il nostro gesto fotografico, ma anche l’apprezzamento di quello altrui; lega la lettura delle immagini passate con il presente che ancora non vediamo perfettamente a fuoco.
L’’emozione visiva nasce, quindi, nel cervello come nel cuore, per un riconoscimento, e l’arte (che gli antichi greci chiamavano tecnè) è solo al servizio di questa sensazione umana.
Scendendo nel concreto delle nostre esperienze: tante volte abbiamo sentito i nostri risultati freddi e senza spessore ancorquando ineccepibili sotto il profilo formale; si può ricorrere allo zucchero e rendere i nostri risultati accattivanti; possiamo farci ingannare dalle nostre ambizioni e non voler riconoscere la reale qualità delle nostre fotografie; eppure basterebbe scambiarle come fossero emozioni per capire che tutto è più facile.

P.S.: “Capire tu non puoi, tu chiamale, se vuoi, emozioni” (Mogol - Battisti)
 
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Ultima Modifica: 2014/04/08 17:14 Da PipPap.
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Re:Sseminario con Mario Cresci:la testimonianza ACAF 7 Anni, 8 Mesi fa Karma: 2  
Perfettamente d'accordo.
L'ho detto e lo ripeto: Le immagini sono tanto più vive quanto più lucido è stato l'occhio (e il pensiero) di chi le ha scattate, riuscendo a coglierne le sfumature (e perpetrarne le emozioni).
Fotografare non è premere un bottone e neanche foto-copiare il mondo che ci circonda, nonostante il noema di Barthes "è stato" e l'indice puntato di Szarkowsky a dire guarda lì.
La fotografia è prevalentemente pensiero, immaginazione, ideazione, progetto e visualizzazione. Solo poi pigiare il bottone. Vedere ed immaginare fa diventare fotografi, tutto il resto viene da sé.

Emanuele
 
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E\' un\'illusione che le foto si facciano con la macchina... si fanno con gli occhi, con la testa e con il cuore.
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Chi non sa fare una foto interessante con un apparecchio da poco prezzo, ben difficilmente otterrà qualcosa di meglio con la fotocamera dei suoi sogni.
Andreas Feininger
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Re:Sseminario con Mario Cresci:la testimonianza ACAF 7 Anni, 8 Mesi fa Karma: 2  
Ora che il ciclone è passato, ci ridestiamo a contare i danni. Danni da fatica e da stress!

Sembra proprio che siano stati una furia i tre giorni trascorsi (ma anche i molti precedenti, passati ad organizzare e confezionare l'evento), in senso positivo, però.

A ripensarci oggi è stato molto bello il risultato che l'ACAF ha conseguito e che ricordo consegue immancabilmente ogni anno da circa un ventennio o anche più (i soci fondatori sapranno essere più precisi).
Sembra poco, ma in questo momento, in questa situazione politica, sociale e culturale è tantissimo.

Ricordo che un paio di anni fa', parlando con un rappresentante delle istituzioni (leggi politico), mi lamentavo del fatto che, nella nostra città, si verificano pochi, pochissimi eventi culturali. "Ma caro amico" mi fu risposto "una mostra costa decine di migliaia di euro o anche di più: il trasporto delle opere, l'assicurazione, il personale di sorveglianza per i luoghi addetti, la preparazione, l'ospitalità...". Ora mi viene in mente una vecchia barzelletta (se rido è per non piangere), poi magari ve la racconto e mi chiedo: ma quanti soldi ha questa ACAF?

La risposta è semplice: pochi, pochissimi, ma tanta buona volontà.

Salvo si pregia di non aver mai chiesto niente a nessuno e quindi di non dovere dire grazie a nessuno (fatti salvi i pochi salvifici sponsor), ma io mi chiedo è giusto che le istituzioni se la cavino così?

In queste giornate è stato offerto a studenti e appassionati la possibilità di un incontro confronto con un "Maestro della fotografia italiana" e un "Grande fotografo", non lo dico io, ma così sono intitolate le collane fotografiche in cui accanto a Mario Cresci compaiono i Cartier-Bresson, Salgado, De Blasi, Jodice, Klein, Fontana, Burri, Ghirri e via di questo passo. Lo dicono le pubblicazioni ed il curriculum del Professor Mario Cresci.

E' stato offerto, a titolo completamente gratuito, ai cittadini Catanesi, un intero pomeriggio di spettacolo di grande livello all'interno di una sala di prestigio, quale quella dello Sheraton (a carico dell'ACAF).

E' stata offerta una mostra delle opere del maestro Cresci, del noto fotografo e giornalista Alfio Garozzo e di vari soci, per una settimana, compreso trasporto, invito dell'ospite e tutto il resto, a titolo completamente gratuito.

C'è qualche conto che non mi torna... e soprattutto mi manca un meritato "Grazie".

Allora ringrazio io visto che non lo fa' nessun altro.

Ringrazio il presidente, il vicepresidente, i soci tutti ed in particolar modo coloro che si sono impegnati in prima persona per la riuscita della manifestazione.

Ringrazio ancora i prof.i Enzo Gabriele Leanza e Francesco Mento e l'avv. Pappalardo per la loro collaborazione fattiva e per l'apporto di professionalità, il fotografo Alfio Garozzo e, sopra tutti il prof. Mario Cresci, per aver messo a disposizione le loro opere per la mostra e per la simpatia e la cordialità con cui hanno saputo porsi dal punto di vista umano.

Infine porgo i miei complimenti ai vincitori del concorso "I Diritti dell'uomo" e ai premiati per la lettura portfolio portfolio.

Siamo autoreferenziali? Forse, ma non troppo, e poi l'autogratificazione è l'unico compenso che ci resta per tanto sforzo!

Unico appunto vorrei porre in tanta gloria (solo perchè si prenda lezione dagli errori e non occorrano invano), non aver saputo approfittare fino in fondo (nel senso buono) della disponibilità del prof. Cresci e l'aver anteposto la facile autogratificazione di una bonaria lettura delle proprie immagini, che avrebbe potuto essere posposta al momento della lettura dei potfolii, alla più proficua parola del prof. Cresci, che di fatto non ha potuto portare a termine l'interessantissimo discorso iniziato in mattinata, per mancanza di tempo. Errare umanum est...

PS non posso fare a meno di ringraziare ancora qualcuno: lo staff ACAF per l'occasione che mi ha offerto di mettermi alla prova, gli amici e gli studenti che si sono sottoposti gentilmente al mio giudizio; gli amici ed i compagni di viaggio e di fotografia che mi hanno permesso di conseguire i risultati fin qui ottenuti ed infine i numerosi intervenuti alla manifestazione decretandone il successo.

Emanuele

 
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Ultima Modifica: 2014/04/08 17:50 Da Caristofane.
 
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Caristofane (Utente)
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Re:Sseminario con Mario Cresci:la testimonianza ACAF 7 Anni, 8 Mesi fa Karma: 2  
Un piccolo omaggio personale al Maestro Cresci

 
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Re:Sseminario con Mario Cresci:la testimonianza ACAF 7 Anni, 8 Mesi fa Karma: 9  
Sono stato invadente, curioso, forse anche petulante; insomma ho tormentato non poco il soggiorno dell’amico Cresci durante le giornate di lavoro dell’ACAF.
Col senno di poi, riconosco di avere abusato della sua confidenza e disponibilità, di avere appreso tanto e di avere ricambiato con assoluta modestia tanta abbondanza di cortesia.

A distanza di qualche giorno, ritornando sul senso della sua esperienza, sulla sua opera, sui suoi libri, sui suoi progetti fotografici ultimati o in itinere, sui fotografi italiani conosciuti e su quelli stranieri, ho tirato qualche conclusione che, per adesso, provo a sottoporvi in maniera schematica:
- il dibattito intorno alla fotografia (la sua ontologia, la sua natura segnica, la mimesis e quant’altro) si va spostando sulle risorse espressive e, così, contamina i risultati e le esperienze di altre forme artistiche con quelli che Eco chiama “artefati semiotici”, laddove proporre ed esprimere le risorse e le capacità dello strumento e la connessa letteratura (e quivi piazzo anche le considerazioni-lezioni che opportunamente ci propina il nostro Alberto);
- l’aspetto assertivo e documentativo del reale coinvolge sempre meno la ricerca che, in tal senso, semmai, vede il gesto fotografico piuttosto come un “carotaggio geologico” (il nostro Mario ha apprezzato questa mia definizione), come un reperto sul quale, a posteriori sviluppare la nostra indagie conoscitiva ed esperienziale;
- conseguentemente il testo formulato fotograficamente diventa un piano di lavoro e di speculazione assai più interessante della fredda analisi semiologica;
- certamente la rivoluzione digitale e la velocità del web hanno di molto attenuato le tradizionali fascinazioni del medium, incrociandole (vedi la testimonianza di Toni Gentile) con altre forme di rappresentazione;
tutto ciò non indebolisce il nostro diletto, la nostra intelligente passione: purchè non si stia dentro il solito cerchio, purchè si provi a indagare oltre i generi tradizionali; magari sfruguliando più dentro di noi e lontano dalla pletora d’immagini più o meno osannate, sapendo che c’è ancora tanto mondo.
Ed allora come diceva Dalla: “sono pronto, dove andiamo?” (Itaca).
 
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Ultima Modifica: 2014/04/16 11:26 Da PipPap.
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