ACAF - Associazione Catanese Amatori Fotografia

 
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La Matematica dei Sentimenti PDF Print E-mail
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di Daniela D'Arrigo

dani2_001.jpgAl liceo non ero brava in filosofia. Non mi piaceva, la sentivo estranea, distante. Eppure di quelle letture forzose una frase mi è sempre rimasta viva in mente; è la definizione che Aristotele dà del tempo. Egli lo definisce come “Il numero del movimento secondo il prima e il dopo”.
La trovo stupenda. Bella da leggere e da riflettere.
Aggiungo anche che, a onta del mio studentesco rifiuto, oggi quella frase la riscopro come un potente strumento per comprendere meglio l’indefinibile aura di malinconia che aleggia intorno a certe fotografie; per lo più scatti di alcuni anni fa, in cui mi ritrovo da sola o assieme a persone care.In che modo la riflessione di un filosofo vissuto quasi quattrocento anni prima di Cristo mi aiuta a comprendere questi scatti? Facciamo un passo indietro.
Mi sono spesso chiesta perché se rivedo un filmino, supponiamo di trent’anni fa, uno di quei super otto magari un po’ sgranato, riesco a guardarlo con divertita tenerezza mentre se riguardo una fotografia dello stesso periodo,  stessi capelli, stessa faccia da adolescente, stessi occhiali vintage, allora sento il magone che mi stringe alla gola; mi prende la malinconia: insomma mi commuovo. E’ in quest’ultima parola, nel ‘commuovere’ che ho pensato di cercare la chiave di questa misteriosa differenza. Non sarà forse che in questo ‘com-muoversi c’è una traccia di quel “.. movimento ..” di cui parla Aristotele…?
Proviamo innanzitutto a fare un po’ di chiarezza intorno alle parole.
Un filmato altro non è se non una serie di fotografie ordinate in serie e proiettate in rapida sequenza. Fotografie che si muovono in un dato tempo, ovvero (Aristotele dixit)  secondo il principio del  “ ..  prima e del dopo ..”.
Viceversa una fotografia non si muove, se ne sta ferma tra le dita o in un album senza andare né avanti né indietro. ‘Movimento’, ‘prima’ e ‘dopo’, è roba che non la riguarda.
Questo vuol dire allora che quando guardo un filmato assisto a una serie di fatti, di azioni, che a distanza di anni si ri-svolgono, ri-accadono adesso davanti a me ma, attenzione: indipendentemente da me! Questi fatti e queste azioni, espressi dai soggetti del filmato, sono dotate di un loro proprio tempo in grado di stabilire autonomamente un  “ .. numero del movimento ..”   ( i soggetti si muovono in virtù di un tempo loro proprio) “ .. secondo il prima e il dopo ..” che nulla chiede a chi guarda se non di essere ‘semplice spettatore’, testimone passivo di un processo che si dipana identico a se stesso tutte le volte che aziono il proiettore.
Contrariamente a quanto accade con una fotografia, guardare un filmato equivale a leggere sempre la stessa storia.
Questa passività mi affranca da ogni sforzo di decifrazione e di ‘movimentazione’ dei soggetti filmati: quello che accade tra me, mia sorella e tutti gli altri attori accade secondo quello schema immutabile che la successione degli eventi, rivitalizzati dalla proiezione, ha reso eternamente uguale a se stesso, imprigionato come un insetto preistorico nell’ambra.
Che io sorrida, mi distragga, fischietti o dorma durante la proiezione, sullo schermo tutto quanto continuerà ad accadere come sempre; con la fredda ciclicità di un mondo privo di storia.
Un filmato di dieci, trenta o cinquanta anni fa ci guarda sempre con la stessa indifferenza; e può capitare che ci lasci indifferenti.
E una fotografia? Posso guardarla con la stessa passività con cui guardo il mio filmato?
Sembra proprio di no.
In una fotografia il rapporto immagine-osservatore deve fare i conti con un ‘tempo’ pietrificato che si è appiattito su due dimensioni e che ora ci fissa immobile.
Un tempo immobile! Aristotele ne morirebbe!
Può sembrare strano ma credo che proprio in questa morte apparente del tempo fotografico stia tutta l’emozione di chi guarda.
Abbiamo tra le mani delle immagini ‘morte’, delle immagini - mi si passi il neologismo - ‘cronoessiccate’.
Tuttavia la mia fotografia vecchia di trent’anni, in spregio a questo suo immobilismo e anzi proprio grazie ad esso, è in grado ancora adesso di commuovermi ma a condizione di agire su di essa come fa lo sciamano con gli spiriti degli antenati.
Comincio allora col dare vita ai soggetti dentro l’immagine: li faccio interagire, li faccio comunicare,  spettino loro i capelli,  li faccio muovere, li faccio parlare, ridere, piangere, suggerire, pentire, sperare .. tutto quello che accade o che ri-accade è frutto del mio sciamanesimo.
Il magico spazio del mio cartoncino brulica di gesti, parole, ipotesi. Tutto torna a muoversi, dunque: a stare nel tempo.
La mia capacità emotiva (ex movere ..) inizia a restituire dimensioni che sembravano perdute, comincia a immettere in circolo adrenalina vivificante.
Trasfusione di emozioni.
Ma fin qui ho fatto solo metà del lavoro. 
Ancora: guardo la mia fotografia e ripercorro (mi sto muovendo.. sto negoziando col tempo ..), questo spazio carico di anni, di decenni che si interpone tra me oggi e me trent’anni fa, tra mia sorella, mia cugina, i compagni di liceo oggi e gli stessi soggetti come apparivano allora; ripesco tutte queste vite dal loro limbo senza storia per farne attualità emotiva attraverso un balzo di trent’anni; sono ancora io a riavvolgere questo tempo di mezzo e riassorbirlo.
Riporto alle mie coordinate temporali coloro che stanno trent’anni più in là: mi muovo verso di loro. Trascino loro verso di me.
Il tempo rivitalizzato dell’osservatore-sciamano che muove e si muove in questa circolazione di affetti comincia a restituire il “ .. numero del movimento ..”.
Guardo i miei soggetti: li muovo e mi commuovo attraverso un flusso emotivo che riempie il fossato degli anni.
Muovere e commuovere non stanno insieme per esigenze di rima.
Sono insostituibili strumenti che il tempo ci offre per decifrare i segni emozionali di un’immagine.
Guardare non più passivamente un film sul quale non ho alcun tempo su cui ‘agire’, ma una foto che posso ‘muovere’ solo in ragione della mia capacità di ‘commuovermi’. Un’immagine sulla quale scopro la mia capacità di trasformare un’emozione in una mozione di vita a favore di quei soggetti che non possono più muoversi per sottovuoto di tempo. 
Una mia vecchia foto, i miei occhiali vintage, il mio maglione vetero-contestatario, i capelli gonfi di vento, i compagni di liceo .. muovo tutto questo e ancora una volta tutto questo mi raggiunge e mi commuove: passo dopo passo, anno dopo anno, emozione dopo emozione, lentamente .. senza fretta .. “.. secondo il prima e il dopo..”
 
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